Philip Kerr
Traduttore: Stefano Bortolussi
Editore: Fazi
Genere: Noir storico
Pagine: 444
Anno edizione: 2025

Sinossi. È il 1954 e l’atmosfera variopinta di L’Avana è turbata dalle violente repressioni della polizia contro i dissidenti al regime di Batista. Bernie Gunther, che vive a Cuba sotto falsa identità, ha vinto una barca al tavolo da gioco e si prepara a lasciare l’isola alla volta di Haiti. Con lui, la giovane Melba, prostituta rivoluzionaria ricercata per l’omicidio di un poliziotto. Quando i due vengono fermati in mare aperto dalla marina americana, Bernie viene arrestato e condotto a New York, sotto la custodia degli agenti della CIA Silverman e Earp, che lo accusano di essere un «bastardo nazista». Da lì, verrà poi portato in Germania, nel carcere di Landsberg, nella cella numero 7, la stessa in cui Hitler fu rinchiuso dopo il putsch di Monaco e dove scrisse il Mein Kampf. In quello spazio soffocante e infestato dai fantasmi del passato, Gunther ripercorre le sue gesta durante gli anni della guerra, rispondendo alle domande serrate dei servizi segreti e cercando di riportare alla mente eventi che non sembrano più così chiari: pur essendo sempre stato antinazista, ha spesso avuto una condotta discutibile. Il confine tra realtà e finzione diviene sempre più sottile e mantenere i nervi saldi non è facile. Bernie Gunther sa che dire la verità non è sempre la soluzione giusta se vuoi salvarti la pelle, per questo dovrà scegliere con attenzione quali carte giocare in questa nuova partita al tavolo della Storia: la posta in palio è la sua stessa vita.
Recensione
di
Salvatore Argiolas
Abbiamo conosciuto Bernie Gunther, il protagonista de “Il gioco della Storia”, nel primo atto della trilogia berlinese, “Violette di marzo” dove è un investigatore privato della stessa tempra degli eroi dell’hard boiled americano come Philip Marlowe e Samuel Spade, il detective privato ideato da Dashiell Hammett.
Nel primo libro della saga di Bernie Gunther, Hermann Göring gli dice, quasi per sottolineare la somiglianza,:
“Ho sempre voluto conoscere un vero investigatore privato. Mi dica, ha mai letto i romanzi di Dashiell Hammett? E’ americano ma secondo me è eccezionale. Le presterò l’edizione tedesca di “Red Harvest”. Le piacerà.”
“Violette di marzo” è ambientato nel 1936 alla viglia delle fastose Olimpiadi di Berlino ma il gioco della Storia pone Bernie Gunther al centro dei più tragici fatti del novecento, il sanguinoso “secolo breve”.
“Il gioco della Storia” comincia nel 1954 nella Cuba ancora governata dal dittatore Batista, contrastato però dal sempre più forte movimento rivoluzionario dei “barbudos”, capeggiato da Fidel Castro.
Nel tentativo di far fuggire una donna che ha ucciso un poliziotto Gunther, che è nei Caraibi sotto falso nome per conto di Meyer Lansky, famoso mafioso interessato a tutti i traffici illeciti nell’isola, viene intercettato da un controllo americano che scopre il suo vero nome e il suo ruolo durante il periodo nazista.
Così viene definito Bernie Gunther in una deposizione giurata, fatta da uno dei suoi ex commilitoni che cerca di discolparsi dai suoi crimini: “Aveva l’aspetto classico tedesco. Capelli chiari, occhi azzurri, alto circa un metro e novanta, braccia e spalle muscolose leggermente sovrappeso. Un volto pugnace. Sì era proprio il genere di persona che gradivo poco. Un vero nazista.”
Bernie Gunther non è mai stato nazista e si è trovato invischiato in molti intrighi delle alte sfere del regime solo perché era un poliziotto capace e tenace.
Se Heydrich, il potentissimo gerarca nazista e cui non si poteva proprio dire di no lo teneva in alta considerazione era perché “Heydrich aveva bisogno di un vero detective della Omicidi, non di un nazista qualsiasi con il chiodo fisso degli ebrei. Quando tornai alla Kripo, lo feci con la curiosa idea che forse sarei riuscito a impedire a un assassino di fare strage di ragazze.”
Ma poi..”
“Dopo che ebbi risolto il caso, intende dire?”
“Continuò a lavorare per la Kripo. Su richiesta del generale Heydrich.”
“Non avevo molta scelta. Heydrich non era un uomo facile da contraddire.”
“Ma cosa voleva da lei?”
“Heydrich era un bastardo, un glaciale assassino, ma era anche un tipo pragmatico. A volte preferiva la sincerità alla cieca lealtà. In uno o due casi, tra cui il mio, l’importante non era tanto rispettare la linea del partito quanto svolgere un buon lavoro. Specialmente se, come me, non eri interessato a fare carriera nelle SS.”
Bernie Gunther è un eroe riluttante che il gioco della Storia, il destino irridente, mette negli snodi critici che hanno cambiato il corso degli avvenimenti del secolo scorso.
“Ma si potrebbe dire che sono anche stufo di tutto” confessa Gunther a fine libro. “Per vent’anni sono stato costretto a lavorare per gente che non mi piaceva. Heydrich. L’SD. I nazisti. Il CIC. I Peron. La polizia segreta cubana. I francesi. La CIA. Tutto quello che ho voglia di fare è leggere il giornale e giocare a scacchi.”
Una volta in mani americane l’ex poliziotto berlinese deve raccontare la sua storia con continue analessi, delineando anche i contorni di tenebra del regime nazista e del suo folle disegno di conquistare l’Europa, progetto a cui ha partecipato in quanto costretto dalle circostanze.
Col tempo Gunther capisce che il lungo, e a tratti violento, interrogatorio degli americani serve ad isolare la figura di una sua vecchia conoscenza, Erich Mielke, che ha conosciuto come giovane comunista a cui salvò la vita in un lontano passato ed ora è diventato il vicedirettore degli apparati di sicurezza della Germania dell’Est, la STASI.
E’ il passato che fa paura all’ex detective in quanto è un abisso di dolore e crudeltà, anche per il carico di conoscenze pericolose che trascina con sé.
“A volte il futuro sembra oscuro, ma il passato è ancora peggio. Il mio passato, sopratutto.”
Il piano degli americani è semplice come obiettivo, catturare Mielke che conosce ogni segreto del campo sovietico, ma molto complicato come attuazione e Gunther dovrà usare tutta la sua capacità di fiutare gli intrighi ,per riuscire a fare la mossa del cavallo che negli scacchi risolve molte situazioni di stallo.
“Funzionavo meglio come un detective, credo. Più bravo a smascherare un intrigo che a crearlo.”
Philip Kerr colpisce ancora con un altro tassello della saga dell’ex poliziotto di Berlino e anche se “Il gioco della Storia” è più una complessa spy story che un noir pur avendone anche le caratteristiche, è soprattutto un lungo e accidentato viaggio nel cuore di tenebra del Novecento, dove non esiste una manichea distinzione tra buoni e cattivi ma tutti sono vittime del flusso indifferente della Storia.
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Philip Kerr
Philip Kerr: Nato a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, pubblicato nel 1989 e primo capitolo della trilogia berlinese, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. È inoltre autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. Fazi Editore ha pubblicato l’intera trilogia, composta da Violette di marzo (2020), Il criminale pallido (2020) e Un requiem tedesco (2021), e i romanzi L’uno dall’altro (2022), A fuoco lento (2023) e Se i morti non risorgono (2024).