Intervista a Claudia Myriam Cocuzza




A tu per tu con l’autore


Dai tuoi primi gialli a questo “La forestiera” c’è un deciso cambio di atmosfere, visto che “La partita di monopoli” e La recita di Natale” sono ambientati ai nostri giorni e affrontano temi molto contemporanei mentre la tua ultima fatica è ambientata alla fine dell’Ottocento. Come mai questo cambiamento?

Ciao Salvatore, e grazie a te e alla redazione di ThrillerNord.

Andiamo subito al dunque. Perché questo salto all’indietro così vistoso?

Perché credo che lo storico sia nelle mie corde molto più che il contemporaneo. Lo avevo sperimentato con un racconto, in cui rivisito la morte di Vincenzo Bellini in chiave crime e che ha ricevuto diversi riconoscimenti, e in un altro, ambientato a fine ‘700, pubblicato poi dalla Writers Magazine Italia. Quelle esperienze mi hanno aperto nuove prospettive.

Mi piace tutta la parte di ricerca, indispensabile se non si vogliono fare strafalcioni di cui si vergognerebbero poi pure i tuoi pronipoti – e io non li voglio fare –; mi piace trattare temi di attualità essendo libera dalla cornice del mio tempo – un po’ come fece Manzoni ne I promessi sposi – e infine, da giallista, il fatto di dover risolvere un crimine senza avere a disposizione le tecniche di indagine e il supporto scientifico di cui gli inquirenti godono oggi fa sì che la mia fantasia vada a briglia sciolta, dando pieno respiro al giallo classico di tipo deduttivo, tanto più nel mio caso, essendo la mia una detective non professionista.

Pur con la diversità di trame e di personaggi ho trovato una chiave di lettura comune tra “La recita di Natale” e “La forestiera”, quella del contrasto tra essere e apparire, come scrivi in quest’ultimo libro “Florence si rese conto che l’alterigia di Arthur e il disprezzo ostentato da Jane altro non erano che maschere sul loro senso di inadeguatezza. Maschere, ruoli che si erano cuciti addosso per darsi un tono; parti da recitare in pubblico, per poi spogliarsene tra le mura di casa o forse no, in cui rimanere imprigionati per sempre. Come in teatro.” E’ una lettura corretta la mia?

È una lettura perfetta, e ti ringrazio per aver colto questo tema ricorrente. Ho sempre avuto la tendenza a sovrapporre la vita al teatro, in chiave un po’ pirandelliana, e questo è forse un retaggio culturale comune a noi siciliani.

Mi affascina guardare le persone muoversi, parlare, darsi tanto da fare, e immaginare quelle stesse persone a casa, da sole davanti allo specchio: sono le stesse persone?

O recitano una parte?

Ecco, per me la vita è un palcoscenico che tutti cavalchiamo e su cui, in relazione alle circostanze, recitiamo uno o più ruoli. Quando scrivo, la trama del romanzo, i suoi spazi, diventano il palcoscenico su cui i miei personaggi si muovono. Starà al lettore capire chi sono davvero.


Di Florence Trevelyan avevo sentito parlare per la sua attività nel campo della botanica ma nel romanzo assume un ruolo di donna emancipata che se fosse rimasta in Inghilterra sarebbe stata una leader delle Suffragette. Quale sua caratteristica ti ha colpito di più?

La determinazione. Questa donna è partita dall’Inghilterra con la sua dama di compagnia e cinque cani al seguito. Ha deciso che Taormina sarebbe stata la sua casa per sempre, in un’epoca in cui Taormina non era la meta del turismo internazionale che conosciamo oggi. L’ha scelta – o forse la città ha scelto lei – e l’ha trasformata, l’ha curata, l’ha amata. Ne ha fatto un gioiello e lo ha fatto da forestiera, con tutto ciò che questo comportava: diffidenza, in primis, e suppongo anche gelosie e invidie.

Ma lei è riuscita non solo nel miracolo di creare un brand, diremmo oggi, la perla dello jonico che il mondo ci invidia, ma anche in quello di farsi non solo accettare ma anche amare dai siciliani tanto che il suo nome e la sua storia hanno attraversato i secoli fino a raggiungere la mia penna.

William Shakespeare è uno spirito che aleggia spesso nei gialli, basti pensare alla sua importanza nei gialli di Agatha Christie o all’influenza che assume nella narrativa di Elizabeth George. Come hai pensato a renderlo così presente in questo giallo?

in realtà la suggestione, nel mio caso, è – ancora – tutta sicula. Mi piaceva mettere a confronto due grandi personalità che avevano fatto un percorso inverso, un po’ come se l’uno fosse il negativo fotografico dell’altra.

Da un lato avevo lady Florence Trevelyan che, cacciata dalla corte della regina Vittoria, sceglie di vivere in Sicilia; dall’altro William Shakespeare che, stando a voci mai verificate, aveva preso il nome della madre – Guglielma Scrollalancia –, lo aveva adattato all’inglese ed era scappato da Messina, o forse dal ragusano, per nascondersi in Inghilterra.

Due esuli, due stranieri, che hanno magnificato le terre che li hanno accolti e che per questo sono diventati immortali.

Qual è stata la scintilla che ha creato l’ispirazione per “La forestiera”?

È stata una casualità, come accade spesso. Un pomeriggio ero al parco comunale di Taormina, intitolato a lady Florence Trevelyan. Passo davanti al suo busto, come ci sarò passata altre mille volte prima, ma mi fermo a guardarla. Perché questo busto è qui? Chi era questa donna?

Una breve ricerca online, e mi innamoro. Ho capito che io e lei dovevamo approfondire la conoscenza.


Oltre che la fauna umana che frequenti nella tua farmacia, quali sono le tue fonti di ispirazione, visto che siamo in tema, citando il Bardo “Dimmi, dove nasce la fantasia, nel cuore o nella testa? Come si genera, come si sviluppa? Dimmi, Dimmi.”

Sono molto curiosa, soprattutto del genere umano. La farmacia è il luogo ideale per una come me: entra un sacco di gente, la maggior parte sono clienti abituali ma, soprattutto d’estate, ci sono i turisti.

Li guardo muoversi, guardo come lo fanno, registro quello che chiedono e poi li immagino fuori dalla farmacia, nella loro vita; spesso ti raccontano fatti privati, che esulano dalle necessità relative alla salute.

Tutto questo è cibo per la mia fantasia.

E poi adoro visitare le case, un po’ per lo stesso motivo.

Una casa, se la sai ascoltare, racconta di chi la abita, di chi l’ha abitata.

Ogni suggestione diventa scintilla per una scena, di oggi o del futuro non ha importanza. So che quando mi servirà la ritroverò dentro di me.


Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato nella gestazione del libro? La costruzione dei personaggi, l’ambientazione o lo sviluppo della trama gialla?

Non solo in questo romanzo, ma in ogni giallo che ho scritto la parte più difficile è quella relativa alla trama gialla. Deve essere logicamente ineccepibile e, in più, io inserisco sempre la chimica e questa diventa un tassello ulteriore da incastrare.

Costruita la trama gialla, mi concentro sui personaggi e sul setting, ma quella è la parte più divertente.


 Il teatro, con il rapporto ambiguo tra realtà e finzione dove gli attori sono maestri nel mentire e nel dissimulare, è un ambiente ideale per un romanzo noir?

Credo proprio di sì. Il confine tra giallo e noir, oggi, è labilissimo, e questo dipende molto dai tempi in cui viviamo, con il loro carico di incertezza ma anche di disincanto.

I social sono una specie di vetrina dietro la quale non sappiamo chi c’è davvero.

Il sito della Casa Bianca sembra un videogioco, Trump lancia slogan da campagna pubblicitaria e nel resto del mondo non è che siamo messi meglio.

Tutto questo è teatro.

E anche spunto di riflessione da noir.

Quindi sì, il teatro per me è ambiente ideale per un romanzo noir.


Qual è stata la molla che ti ha spinto a scrivere gialli, forse il genere letterario più difficile da gestire perché obbliga ad una organizzazione delle trama molto rigida e strutturata?

Proprio il fatto di essere obbligata ad adattarmi alla sua struttura.

Il giallo per me è una griglia rigida all’interno della quale costruire la mia storia.

So che ho un delitto, un punto di partenza e una soluzione: devo arrivarci e far sì che il lettore ci arrivi, ma non posso mettere i led lungo il percorso e dire: “Okay, seguiteli”. Devo seminare indizi, mascherarli ma non troppo, far intravedere delle soluzioni alternative, altrettanto verosimili ma che non sono la soluzione giusta. Tutto questo sta all’interno della griglia e so di non poter sgarrare.

Poi ho lo spazio per far muovere i personaggi nell’ambito delle varie sottotrame, che non sono strettamente legate alla risoluzione del giallo, ma il fatto di avere dei punti saldi mi serve da guida, mi impedisce di perdermi tra le parole, allontanandomi così dal focus.


Torneranno il maresciallo Stefania Barbagallo e la sua amica farmacista Clara, protagoniste dei tuoi primi libri?

Sono molto affezionata a loro e gli devo tanto. In questo momento il sequel de La Forestiera è già stato scritto e lo sto revisionando, ma loro due hanno un posto speciale nel mio cuore e tante cose da dire. Credo che si meritino di parlare ancora.

A cura di Salvatore Argiolas

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