A tu per tu con l’autore
Sappi che ho letteralmente divorato il tuo romanzo e ti faccio i miei complimenti.
“Mi sveglio anarchico e vado a dormire fascista”, era solito dire a chi gli chiedeva delle sue inclinazioni, “il mio nome è un nomen omen”. Puoi raccontarci di come nasce Vagner Rindi e da dove è arrivata l’idea di “Ombre nere in Versilia? In cosa ti assomiglia, in cosa vorresti assomigliarli e cosa proprio non sopporti di lui?
Vanger Rindi è figlio della frase che hai citato. Un uomo pieno di contraddizioni e conflitti interiori, dei quali, a differenza di molti, si rende perfettamente conto. A volte è riflessivo, ma spesso si abbandona agli istinti, in questo temo di assomigliargli. Detto ciò, siamo già sufficientemente simili, quindi gli aspetti caratteriali che ci distinguono li lascio volentieri a lui. Non mi piace la sua inclinazione ad abbassare la guardia solo con le persone di cui si fida, dovrebbe rilassarsi un po’. “Ombre nere in Versilia” s’ispira, molto liberamente, a due fatti di cronaca: il caso di Ermanno Lavorini, il dodicenne rapito e ucciso nella Viareggio del 1969, e la banda Koch, i torturatori nazifascisti che, dopo aver avuto in ruolo importante nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, hanno terrorizzato la Milano del 1944.
Vuoi presentare a grandi linee il tuo romanzo, a chi ancora non lo conoscesse? Se dovessi provare ad essere convincente, che aggettivi useresti per stimolarne la curiosità?
Si tratta di un giallo storico, il cui intento principale è quello di scavare nella natura umana. Le domande che mi pongo più spesso sono: come reagiamo in situazioni di estrema difficoltà? Di fronte a quali sollecitazioni siamo pronti a tradire principi che ci siamo dati? Quali sono i peccati che siamo in grado di perdonarci? Spero che il mio libro possa risultare appassionante, profondo e sorprendente.
Nel tuo romanzo di citazioni significative ce ne sono parecchie, fra questa riporto: “Ai vivi si devono i riguardi, ai morti la verità (Voltaire) … Come la interpreti? E poi, la condividi come colui che l’ha detta nel tuo romanzo (non ti chiedo spoiler ovviamente)?
Vorrei condividerla appieno, ma purtroppo devo fare alcuni distinguo. Il rispetto è una delle sovrastrutture più importanti che il genere umano sia riuscito a creare, dovrebbe essere la base di partenza nella così detta società civile. L’applicazione pratica e costante di una semplice regola, “la mia liberta si ferma dove comincia la tua”, potrebbe salvarci. Il problema, però, è che questi principi spesso vanno a confliggere con la nostra natura. Molti non hanno riguardi nei confronti degli altri e per questo, dal mio punto di vista, non meritano riguardo. Lo stesso vale per la verità, la si deve ai morti (e ai vivi) meritevoli di ottenerla, ai malvagi, eccezion fatta per quelli la cui esistenza sia d’interesse storico, si dovrebbe solo l’oblio. Quindi, per concludere, la frase mi piace, ma ho paura che sia un po’ troppo inclusiva.
Nel tuo libro si legge: “Sono convinto che i luoghi nei quali nasciamo e moriamo un po’ ci appartengano.” Tu nei sei convinto e se sì, in che modo potresti spiegare questa affermazione?
Sì, ne sono convinto. Per ciò che concerne la nascita (da intendere come crescita) il concetto va di pari passo con quello di identità personale. Certo, è possibile che nel corso della vita il posto ideale venga trovato in un luogo diverso da quello in cui ci siamo formati, può darsi che le passioni e le aspirazioni ci conducano altrove, ma le radici, con il loro carico educativo, non per forza positivo, rimangono… ci appartengono. La morte, che ci piaccia o no, è un evento che accomuna tutti; quindi, il luogo in cui avviene è un marchio, il timbro finale che crea un’ulteriore differenza tra le nostre vite a tempo determinato.
Uno dei tuoi protagonisti, a un certo punto, messo decisamente sotto pressione afferma: “Io credo che un giornalista debba scrivere soltanto ciò che egli crede in cuor suo che sia vero…”. Sicuramente un pensiero onorevole, ma alla luce del mondo che ci circonda, il circo mediatico dovuto al giornalismo e ai social davanti a fatti spinosi crea ingerenze anche nelle indagini in corso. È già difficile non rimanere influenzati dalla presunta obiettività di chi divulga le notizie, spesso più interessato a vendere e a guadagnare in ascolti. Secondo te, dove stanno verità e mezze misure?
Sì, visto che le mie storie sono sempre ben piantate per terra, questa volta ho voluto metterci un tocco di fantascienza! Scherzi a parte, non esiste obiettività, né nella divulgazione delle notizie né nel modo in cui vengono recepite. Troppo spesso si creano, ad arte, delle fazioni. Innocenza e colpevolezza, torto e ragione, perdono la loro naturale oggettività, per diventare opinioni. L’ingranaggio è certamente alimentato dal circo mediatico, come dici tu, ma c’è anche un bel contributo da parte di chi paga continuamente il biglietto per sedersi in prima fila sotto il tendone.
Arturo Parenti, l’uomo che nel romanzo viene ingiustamente accusato per la morte del piccolo Alfredo, è il paradigma di tutti coloro che si sono visti rovinare la vita da un’indagine sbagliata. Nicola Sacco, Bartolomeo Vanzetti, Adolfo Meciani e Gino Girolimoni, il cui nome è sinonimo di pedofilia benché fosse assolutamente estraneo ai fatti, gravissimi, che gli venivano contestati, sono solo alcuni dei molti esempi che si potrebbero fare. Il problema, tuttavia, è che il sistema è alimentato da troppi fattori, manie di protagonismo dell’apparato giudiziario, corsa allo scoop, ignoranza… dovremmo riprendere il discorso relativo alla natura umana.
Le tematiche del libro sono sicuramente le diversità, dove allora come oggi ancora si rilevano tantissime difficoltà nell’accettazione e dove risulta più facile pensar male piuttosto che guardare con obiettività e la Storia, quella nera e con la S maiuscola, che ancora ci portiamo in eredità dal passato e che purtroppo, sembra non aver insegnato molto. O almeno, in molti, hanno preferito dimenticare, se mai hanno fatto la “fatica” di provare a capire cos’ha comportato per tanti. Quando hai deciso che questa sarebbe stata la trama del tuo romanzo e soprattutto, perché?
La Storia non insegna perché abbiamo deciso di non fare i conti con il nostro passato! Continuiamo a parlare di giornate “della memoria” quando in realtà dovremmo dedicarci ai fatti. Non sono certo il primo a dirlo, ma vale la pena ripeterlo: la memoria non può essere condivisa; non esiste una memoria comune, ognuno vede o ricorda le cose per come gli sono state raccontate. Se invece capissimo una volta per tutte ciò che è stato potremmo ottenere dei benefici. Va benissimo il ricordo, a patto che ci si attenga agli eventi, spesso tragici. Deve essere una divulgazione, non una presa di posizione. Coloro che continuano a discutere la festa del 25 aprile non hanno alcuna contezza dei fatti, è evidente, non si deve aver paura di affermarlo. Ho deciso la trama approfondendo le tristi vicende che ho citato all’inizio e ho deciso di scrivere di quei fatti perché mi ha colpito la sorte di alcuni personaggi coinvolti.
Giuseppe Zacconi e Adolfo Meciani nel caso Lavorini, Luisa Ferida, nota attrice ai tempi del regime Fascista, fucilata dai partigiani per la partecipazione alla banda Koch, partecipazione della quale, ancora oggi, molti dubitano.
Da subito sin dalle prime frasi, ho capito che nonostante, tutto, a discapito di argomenti tosti, atmosfere, passati ingombranti, a fare da coreografia del tuo libro c’era un’atmosfera particolare, uno humor piacevole, mai esagerato ma sempre scorrevole e talvolta apparentemente salvifico. Tutti, a ogni livello, i tuoi personaggi mi hanno progressivamente invogliata a proseguire tant’è che finire ha rappresentato un distacco doloroso, non solo per il finale che non citerò, ovviamente, ma anche per la voglia che ho provato di reimmergermi nella lettura fra una pausa e l’altra. Flavia, poi, non sempre presente ma, assolutamente esilarante. Che rapporto hai con l’humor? È una prerogativa del tuo carattere?
Innanzitutto ti ringrazio per le bellissime parole. Credo che l’umorismo e un po’ di sana autoironia aiutino e spero che le persone a me care mi attribuiscano questa vena. L’hai detto tu, date le atmosfere tose, ogni tanto mi è sembrato opportuno alleggerire. Per Flavia poi è stato semplice, mi è bastato riunire in una sola persona gli aspetti caratteriali di alcune signore della mia famiglia…ma non ti diro quali!
Parliamo del luogo, caratteristica fondamentale dei romanzi pubblicati dalla casa editrice Frilli. Come mai la Versilia?
Perché è vicina alla mia Carrara, è un posto che ho frequentato molto in gioventù e, per tornare a quello che dicevamo prima, mi appartiene per esserci in parte cresciuto.
Parliamoci chiaramente, io “Ombre nere in Versilia” l’ho letteralmente divorato e, sto facendo pubblicità con le mie conoscenze appena possibile consigliandone la lettura. Ho già detto pure a mio marito che dovrà metterlo fra le sue prossime letture, tanto per farti capire. Ci sarà un Vagner Rindi numero due? Se sì, hai già in mente un’evoluzione del personaggio?
Ti ringrazio molto per la pubblicità! Sì, Vagner tornerà, dandomi modo di approfondire la sua conoscenza. Inizialmente non ne ero convinto, ma alcuni giorni fa è arrivata la folgorazione. Visto che il commissario si ostina a non dare troppa confidenza agli estranei, voglio costringerlo ad aprirsi un po’.
Emiliano Pianini è un gran lettore? Se sì, quali sono i tuoi autori e generi di riferimento? Dato che siamo in Thrillernord ti chiedo: segui anche qualche scrittore nordico?
Leggo circa sessanta libri l’anno, qualche saggio e molti romanzi di ogni genere, anche se ho una predilezione per i gialli degli autori che sanno scriverli. Tra i nordici ho apprezzato Stieg Larsson, “Uomini che odiano le donne” mi è piaciuto molto.
Da parte mia e dalla redazione di Thrillernord, grazie per la tua disponibilità.
Loredana Cescutti
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