Intervista a Giulia Nebbia




A tu per tu con l’autore

A cura di Rob Forconi 


 

 

Oggi è una giornata uggiosa, una leggera coltre affumicata si addensa lungo le coste delle colline dove vivo e non c’è tempo migliore per fare una chiacchierata con l’autrice del thriller “London Blood” edito da SEM, Giulia Nebbia!

 

Buongiorno Giulia, ti ringrazio per l’opportunità e inizio subito col botto ponendoti due domande con cui ho esordito recensendo il tuo libro: Siamo prede o predatori? E soprattutto una preda può diventare un predatore? 

Buongiorno Roberto! Grazie a te e a tutti voi di ThrillerNord. Se ti rispondesse uno dei tanti ragazzi di strada salvati da Henry, il padre della mia protagonista Gillian, ti direbbe che se scappi davanti a un lupo, quello ti insegue, è nella sua natura. Ci sono vittime e carnefici, è così che gira il mondo. Gillian, con l’irruenza che la contraddistingue, ti direbbe subito che lei non è una vittima! Anche se poi sensi di colpa e insicurezze la tormentano a causa del suo passato traumatico e irrisolto. Io penso che tutti possiamo essere prede o predatori, dipende dalla situazione, un po’ dal nostro carattere e anche dalle persone che ci circondano. Può succedere che un predatore diventi tale per una voglia di riscatto che, come hai notato tu, solo chi è stato preda riesce ad abbracciare completamente. A volte, tutto questo assume una connotazione negativa, per esempio i bulli sono stati bambini bullizzati. Altre volte, invece, chi è stato vittima sviluppa una capacità superiore di entrare in empatia con chi soffre.

E poi ci sono le vittime di violenze psicologiche, di abili manipolatori che sono predatori perfetti perché le loro prede stentano a rendersene conto. Penso a tante donne che non denunciano i compagni violenti, ma questo è un discorso molto complesso e doloroso, che nel romanzo ho solo accennato ma che mi sta molto a cuore e che mi riprometto di approfondire in futuro.

 

 

London Blood è un libro intenso che parla di rapporti lontani, rapporti tagliati e poi ricuciti, ma soprattutto parla di crescita personale su uno sfondo di una Londra differente da quella che siamo abituati a leggere nei thriller odierni. Com’è nato questo progetto, e quanto della tua esperienza londinese lo ha influenzato?

Una delle cose che mi stava più a cuore era di raccontare il rapporto conflittuale tra un padre e una figlia, pur rimanendo nell’alveo del romanzo di genere e del thriller, anzi proprio sfruttandone i meccanismi e le regole. È un rapporto fatto di distanze e assenze, ma che tiene entrambi prigionieri in un passato che nessuno dei due ha metabolizzato e che riserverà sorprese a entrambi. L’idea di base mi venne un pomeriggio di tardo autunno, di quelli in cui a Londra è buio pesto alle quattro. All’epoca non mi sentivo a mio agio a Londra per tanti motivi e iniziare a scrivere mi ha aiutato a  mettere tutto in una prospettiva diversa. Londra è talmente grande che non è più una città, è un insieme di paesi neanche poi tanto piccoli, i vari quartieri, che infatti hanno identità ben definite e distinte l’una dall’altra. Credo sia anche per questo che i londinesi hanno un forte senso di comunità. Mi ha sempre colpito come anche la luce sia diversa da un quartiere all’altro, da est a ovest. Il sole non illumina allo stesso modo i palazzi grigi della City e le villette a schiera di mattoni rossi di Fulham. London Blood è un thriller noir in cui l’ambientazione urbana è importante, ma per me era ancora più importante mostrare la Londra che mi circonda, fatta di parchi giochi affollati di bambini di giorno e completamente bui e deserti di notte, terreno di caccia perfetto per un serial killer che in una città così riesce a nascondersi e confondersi.

 

 

Questo libro – lasciamelo dire – parte lento, si costruisce quasi sulla latenza degli stilemi del thriller classico, definisce personaggi, ti introduce nella storia senza che te ne accorgi per poi esplodere con una trama fitta e che non lascia scampo al lettore. Feroce e deciso, quasi costruito come se si stesse guardando una serie tv. E’ stato difficile scriverlo? E quali sono stati i tuoi mentori letterari o non che hanno vegliato sul tuo lavoro?

Patricia Highsmith non amava gli inizi veloci, diceva che erano uno spreco di munizioni. Nel mio caso, volevo presentare i personaggi e come dici tu definirli. Ho inserito il prologo in cui vediamo all’opera il serial killer anche per dare movimento all’inizio del romanzo e far intuire al lettore che a breve la storia prenderà il volo. La cosa più difficile è stata riuscire a trasmettere davvero quello che volevo dire: quando ho riletto la prima stesura mi sono accorta di non esserci riuscita, non ero soddisfatta, e così l’ho riscritto daccapo, questa volta lasciandomi andare molto, ma molto di più e alla fine il risultato è stato completamente diverso. Ora mi corrisponde, nel bene e nel male è esattamente la storia che volevo raccontare. È stata un’esperienza che mi ha insegnato molto e di cui sto facendo tesoro nella scrittura del secondo libro.

Uno dei miei autori preferiti è Jim Thompson per la capacità di raccontare gli ultimi, gli assassini, i disadattati senza giudicarli mai. Mi piacciono molto Edward Bunker e Joe Lansdale, la serie di Hap e Leonard è una vera delizia da leggere. E poi adoro il cinema, i noir americani anni degli anni ’40 e ’50 e prima ancora i gangster movies degli anni ’30, ma anche i film d’azione degli anni ’80, perché non bisogna mai prendersi troppo sul serio.

 

 

Racconta ai nostri lettori chi è Giulia Nebbia e chi invece Gillian Moore e se rivedremo in futuro personaggi e atmosfere lette in London Blood.

Sono una mamma innamorata della mia famiglia e del mestiere di scrittrice, una che spera di non perdere mai la voglia di mettersi in gioco. Gillian Moore è una ragazza piena di problemi, ma come me è una che non molla mai.

La trama gialla di London Blood si conclude, ma la storia di Gillian e dei personaggi che la circondano è appena cominciata! Londra è una fonte inesauribile di ispirazione.

 

 

Concludo ringraziandoti per avere fatto questa chiacchierata con noi thrilleriani doc e con la promessa di risentirci non appena scriverai un nuovo libro, e mi congedo con una domanda differente e un po’ fuori dagli schemi. Come hai vissuto la vita da scrittrice pre, durante e post pandemia, e quanto è cambiato di interagire con i tuoi lettori nelle presentazioni dal vivo?

Prima di tutto grazie a voi! Poi, per quanto riguarda la pandemia, il lockdown ha cambiato profondamente le nostre abitudini. Per chi come me ha figli in età scolare è stato un momento molto difficile sotto tutti i punti di vista, non ultimo il fatto che, considerando che mio marito era in smart working, non c’era più un angolo silenzioso in tutta la casa dove io potessi rintanarmi a scrivere!

London Blood è il mio primo romanzo quindi questa è per me un’esperienza totalmente nuova e affascinante. Purtroppo a causa delle restrizioni ho fatto poche presentazioni dal vivo e mi manca molto il rapporto diretto con il pubblico, l’interazione spontanea che si crea negli eventi in presenza. D’altra parte, per me che vivo a Londra gli eventi online hanno il grande pregio di azzerare le distanze e mi permettono di raggiungere un pubblico potenzialmente molto vasto.

Giulia Nebbia

 

 

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