A tu per tu con l’autore
Buongiorno Riccardo e grazie per le emozioni che mi hai regalato con La malinconia del ronin!
Mi permetto di darti del tu nella formulazione delle domande, che, come mi accade spesso, puntano anche a collegare la personalità dell’autore con i contenuti del suo romanzo.
Prima di tutto mi chiedevo: risulta evidente la tua affettività e competenza nei confronti dei maestri dell’Hard boiled school, nell’ambito del genere giallo; e quindi ti chiedo: qual è di loro quello che ami di più? Dashiell Hammett, Raymond Chandler? E quando li hai letti, da giovane o più avanti? E qual è il romanzo che ami di più in tutta quella scuola? Provo a citarne qualcuno di quelli che amo di più anch’io: Il grande sonno, Addio, mia amata, La sorellina, oppure Il falco maltese, La chiave di vetro?
Sicuramente Raymond Chandler è uno dei punti di riferimento in assoluto più importanti in questo ambito narrativo. Comprese le varie trasposizioni cinematografiche che sono state fatte dei suoi libri e che hanno inciso a fondo il nostro immaginario. A partire da “Il lungo addio” di Robert Altman, in cui il ruolo di Philip Marlowe è affidato a uno strepitoso Elliott Gould. Credo che quel film sia stato uno dei miei primissimi input per quanto riguarda il mondo del noir. Ma ci sono anche diversi autori italiani che sono stati molto importanti per me, come Massimo Carlotto con il suo Alligatore, per esempio. E poi ancora De Cataldo, Lucarelli, Montanari, Verasani. Mi scuso con tutti quelli che non cito, ma la lista sarebbe davvero lunga.
Laddove la Vigata di Andrea Camilleri si riesce a identificare nel Porto Empedocle in provincia di Agrigento, la tua Rocca Tirrenica in quale borgo di mare della costa maremmana può essere identificabile? E, mi chiedo, è evidente che quei posti li conosci bene assai: li frequenti, o ci vivi proprio? Ce l’hai anche tu un’amaca da cui si vede il mare? Qual è il piatto della cucina di quei posti che ami di più?
Rocca Tirrenica è, in un certo senso, un posto reale. Vivo a Siena, ma sono nato a Orbetello e per diversi anni ho lavorato come giornalista a Grosseto. Frequentavo qua e là diverse località della costa. Era come se le mie giornate si svolgessero in una città composta da pezzi di ognuno di questi posti. Un puzzle, più o meno. E così, quando ho creato questa serie ho deciso di ritornare da quelle parti. Di tornare nella “mia città”, alla quale ho soltanto dato un nome, Rocca Tirrenica. L’amaca sul mare non ce l’ho, anche perché sono meno atletico di Baldini, e quindi mi accontento del mio solito lettino al mio solito stabilimento. Oppure, nei giorni in cui mi sento più ispirato, un asciugamano abbandonato in un pezzo di spiaggia libera dove mi godo un po’ di silenzio e di mare. Di piatti tipici ce ne sarebbero tanti, dall’anguilla sfumata alla bottarga, ma ogni volta che torno in zona c’è una cosa che non manca mai. La schiaccia alle acciughe. Non posso farne a meno.
Ancora un terzo punto importante: nel personaggio di Dante Baldini, è assai ammirevole l’atteggiamento che riesce a portare avanti di fronte a certe anomalie di comportamento delle donne con cui ha a che fare: non solo la stranissima Zelda, ma soprattutto la bellissima Barbara, che viene ad amarlo e poi se ne va, e lui riesce subito a frenarsi per evitare di insistere a chiederle i motivi delle sue “fughe”: non è che avresti voglia di andare in una classe di ragazzi adolescenti, a spiegare questi comportamenti adeguati di un uomo così forte e duro, nei confronti della donna che ama? Potresti non solo leggere loro certi passaggi, ma anche raccontare loro la tua visione personale riguardo al rispetto nei confronti del genere femminile?
Quando ho scritto il primo romanzo della serie, Baraka, non pensavo che Zelda sarebbe tornata in tutte le storie. E invece mi sono accorto che è un personaggio fondamentale, perché è capace di mettere in luce certi aspetti di Baldini con una straordinaria efficacia. Credo che sotto sotto lo abbia capito anche lui. Tra Dante e Barbara, invece, c’è un rapporto tanto profondo quanto consapevole di come l’ansia di trattenere porti solo sofferenza, soprattutto quando ci sono in gioco sentimenti così forti. La loro storia è davvero simile a uno di quei balli a due in cui ci si stringe e ci si allontana per poi stringersi e allontanarsi di nuovo, seguendo semplicemente la musica. Detto questo, per quanto riguarda le scuole, sono lusingato dalla proposta ma scrivere mi riesce meglio che parlare in pubblico. E, francamente, credo che i ragazzi abbiano diritto a qualcosa di più. Temi di questo tipo, che riguardano la sessualità, l’affettività, il rispetto degli altri, il saper riconoscere le proprie emozioni e così via dovrebbero essere pane quotidiano nelle nostre scuole. Se posso dilungarmi un po’, ritengo incomprensibile che questi argomenti siano stati fatti fuori dalle attività scolastiche, come se fossero scabrosi o scomodi o non so cos’altro. È uno strano senso morale quello secondo il quale di questi argomenti è bene non parlare apertamente, in modo trasparente, e lasciare invece che ognuno se li affronti in solitudine, in modo più o meno consapevole, esposto a quello che si può trovare in giro senza alcun filtro. Non lo capisco. Ma di questi tempi iniziano a essere parecchie le cose che non capisco. In genere, pare che non sia un buon segno. Ma in fondo, io e Baldini siamo sempre stati un po’ fuori tempo. Proprio come quei vecchi cd che ascoltiamo in macchina.
Riccardo Bruni
A cura di
Edoardo Guerrini
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