La figlia preferita




‎ Morgan Dick 


Sinossi. Due sconosciute. Nulla in comune. A parte il padre. Mickey e Arlo sono sorellastre, ma non si sono mai parlate né incontrate. Quando Mickey era bambina il padre ha abbandonato lei e la madre condannandole a una vita di disagi e ristrettezze. Mickey, da allora, ha deciso di eliminarlo dai suoi pensieri. Sta bene senza di lui: sì, beve, ma solo qualche volta; sì, sul suo conto ci sono 181 dollari, ma il lavoro come maestra d’asilo le dà grandi soddisfazioni. Non ha nulla a che spartire con Arlo, la cocca di papà, brillante psicologa cresciuta nell’agio che del padre adora tutto: la sua risata, il suo savoir faire, il profumo della sua acqua di colonia. Quando lui muore, però, per lei le cose si mettono male. Essere una terapeuta non l’ha affatto preparata al lutto e, come se non bastasse, l’amato papà ha deciso di lasciare l’intera eredità a Mickey. Cinque milioni di dollari. Ma a una condizione: Mickey dovrà sottoporsi a un ciclo di psicoterapia prima di poter ricevere il denaro. La psicologa designata è proprio Arlo. Lavorando insieme come terapeuta e paziente, senza sapere di essere in realtà sorelle, le due donne si ritroveranno a intraprendere un percorso che potrà distruggerle o salvarle entrambe.

La figlia preferita, frizzante romanzo d’esordio di Morgan Dick, è un’irresistibile commedia nera: tra funerali, sedute di psicoterapia e un ampio spettro di disfunzionalità familiari, affronta temi come l’abbandono, la sorellanza e la dipendenza tenendo il lettore costantemente in bilico tra il riso e il pianto.


Autore: Morgan Dick 

Traduzione: Silvia Castoldi

Editore: Fazi Editore

Genere: Narrativa

Pagine: 372

Anno di pubblicazione: 2026

 Recensione

di

Loredana Gasparri


Quello che mi ha convinto subito a scegliere questo romanzo è stata l’espressione ‘commedia nera’, perché è un genere che considero corroborante per me. Leggendo, però, ho riso poco.

E so bene che in una commedia nera la risata è storta, quasi controvoglia, con una certa componente di imbarazzo perché la situazione nelle pagine è tutto tranne che divertente, ma se presentata con certi toni umoristici, potrebbe persino diventarlo. Mi aspettavo qualcosa di più grottesco, e quello non manca di farmi ridere di gusto, mentre in questo libro ho trovato soprattutto molta amarezza. Iniziavo a sorridere, ma poi tutto si spegneva in fretta, e mi ritrovavo a stringere le labbra con disappunto.

Questo non significa che non mi sia piaciuto. Tutt’altro. Mi è piaciuto moltissimo perché l’ho trovato istruttivo e terapeutico, poiché ha fatto in modo di allentare di molto una chiusura mentale che mi affliggeva da parecchio tempo, forse da sempre. Mi aspettavo che lo facesse alla maniera di Tarantino (per me è sinonimo di grottesco, quello che mi fa ridere), ma ci è riuscito lo stesso, e a suo modo.

Il perno del libro è l’unico personaggio che non compare mai, almeno non da vivo. Si tratta di Adam Kowalski, il terribile padre delle due ragazze protagoniste, Michelle Mickey Kowalski e Charlotte Arlo Fink.

Lo conosciamo tramite i ricordi delle due figlie. La prima lo vede come il Re degli Stronzi. Un incapace, ubriacone e manipolatore, un narcisista della peggior razza, un egoista senza fondo. Concentrato solo su sé stesso e il proprio benessere, sull’alcol e sul denaro che spendeva senza remore per sé, incurante di moglie e figlia. Incurante al punto da mollarle piene di debiti e sparire senza lasciare traccia, ma solo ferite profonde. E praticamente incurabili.

La seconda, al contrario, lo vede come il Re dei Padri. L’incarnazione stessa del concetto ‘padre’ sulla Terra: attento, brillante, capace, elegante, pieno di fascino e sempre al suo fianco.

Sembrano due persone diverse, giusto?

Per un attimo siamo quasi portati a credere che ci sia qualche errore nel romanzo, un buco di trama particolarmente grosso o una carenza di editing decisamente importante, perché questo padre agisce e si comporta in maniera diametralmente opposta con le due famiglie.

E invece no, niente buchi di trama o incoerenze passate sotto il radar dell’editing. Questo padre è proprio così. Narcisista e manipolatore fino all’osso e fino all’ultimo secondo, profondamente convinto dei suoi comportamenti e azioni, come emergerà soprattutto nel finale. Sempre presente, anche dopo essere stato chiuso in una bara, anche se stiamo seguendo la mattinata di Mickey, o accompagniamo Arlo nelle sue sedute con i suoi pazienti. Niente e nessuno, men che meno le due sorelle inconsapevoli, ci permette di dimenticarci di Adam Kowalski. 

Conosciamo Mickey e la ascoltiamo mentre dice di bere ogni tanto, un goccio. La guardiamo mentre infila una bottiglia di vodka in borsa e si apparta nei bagni dell’asilo dove insegna, per bere un goccetto. Ogni tanto. Sì, è vero, ogni tanto. Ogni tanto tutte le mattine prima di incontrare i bambini, ogni tanto tutti i giorni durante le pause caffè, ogni tanto tutti i pomeriggi sull’autobus che la riporta a casa. Ogni tanto… sempre.

Ma secondo lei, ha un problema con l’alcol?

Ovvio che no. Lei non è come suo padre, che nei suoi ricordi spesso e volentieri finiva steso sul pavimento di casa, coronato del suo vomito.

Non ha mai abbandonato nessuno, anzi. Ma forse perché… non ha nessuno da abbandonare? 

Quello che mi irritava seriamente di Mickey, oltre al farsi totalmente cieca di fronte alla sua dipendenza, era che si trattava di una persona attenta e competente nel suo lavoro, realmente dedita al benessere dei suoi piccoli allievi, di cui conosceva molto bene predilezioni, paure e avversioni. Chiudere gli occhi davanti ad un problema invasivo come una dipendenza da alcol, però, rischia di cancellare qualunque prospettiva e competenza.

E Arlo? Psicoterapeuta capace, forse un pochino presuntuosa. Bella, vivace, socievole, ben inserita. La principessina di papà. Quasi all’opposto di Mickey, che non supera di molto l’accettazione sociale di Cenerentola. Tuttavia, con la sorellastra ha un atteggiamento in comune molto forte: la totale cecità verso la propria dipendenza. Arlo non beve, ma è schiava dell’idolatria che nutre verso il padre e che le impedisce di prendersi in mano la vita e la capacità di scegliere per sé.

Riusciranno ad essere libere, queste due sorelle?

Andranno d’accordo, ritrovandosi, o si dichiareranno guerra?

Ci sono molti soldi di mezzo, e un forte senso di rivalsa in entrambe. Tuttavia, sono due donne giovani che non smettono di lottare e di sforzarsi di capire. L’aver avuto un padre disfunzionale non determina il finale o la direzione in cui la loro vita deve andare, almeno non per sempre.

Questo è uno dei punti che ha contribuito ad allargare i miei orizzonti e a comprendere un po’ di più perché gli esseri umani riescono ad amarsi nonostante facciano o dicano cose terribili, e che l’essere complessi e contraddittori non esclude la comprensione, o il diritto a vivere anche se non si fa o non si dice la cosa giusta. O se non si sta dalla parte giusta, o se si finisce per ferire gli altri senza neanche accorgersene.

E questo è anche il motivo che mi spinge a consigliare il libro a tutti coloro che vogliono sempre vedere un po’ più in là, che non si fermano davanti a ‘è così e non cambierà mai’, e che pensano che c’è sempre un altro modo, un’altra scelta, un’altra possibilità, e che tutto può coesistere.

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Morgan Dick


Scrittrice canadese di Calgary, grazie ai suoi racconti ha ricevuto una nomination al Pushcart Prize. Di solito la si può trovare a fare escursioni sulle Montagne Rocciose, a sfrecciare con gli sci di fondo o a inventare storie con i suoi nipoti, i migliori scrittori in assoluto. La figlia preferita, in fase di pubblicazione in otto paesi, è il suo romanzo d’esordio.