Georges Simenon
Traduttore: Laura Frausin Guarini
Editore: Adelphi
Genere: Noir
Pagine: 155
Anno edizione: 2025

Sinossi. Arrivato cinquant’anni prima dalla nativa Alvernia senza un soldo in tasca, Auguste Mature, che muore, schiantato da un ictus, all’inizio di questo romanzo, è riuscito a trasformare il piccolo bistrot di rue de la Grande-Truanderie, dove andavano a bere un caffè corretto o a mangiare un boccone i lavoratori dei mercati generali – il «ventre di Parigi», come li chiamava Émile Zola –, in un ristorante che, pur conservando i vecchi tavoli di marmo e il classico bancone di stagno, è ora frequentato dal Tout-Paris. Gli è sempre stato accanto il figlio Antoine, il quale, prima ancora che la camera ardente sia stata allestita, deve fare i conti – alla lettera – con il fratello maggiore, un giudice istruttore aizzato da una moglie arcigna, e con quello minore, un cialtrone semialcolizzato che millanta fumosi progetti immobiliari e sopravvive spillando soldi al mite, generoso Antoine. Lo stesso Antoine contro cui ora si accanisce, sospettandolo di aver sottratto il testamento del padre e di volersi appropriare di un «malloppo» sicuramente nascosto da qualche parte. Simenon, anche questa volta, si rivela magistrale nel mettere in scena un dramma familiare, portando alla luce, come lui solo sa fare, attriti, risentimenti, menzogne. Sullo sfondo, l’imminente fine dell’universo – di facce, di odori, di rituali – dove i tre fratelli sono cresciuti: quelle Halles che nel giro di pochi anni spariranno, insieme a un pezzo dell’anima della città. (Fonte: Adelphi)
Recensione
di
Claudio Pinna
Più volte mi sono trovato a interrogarmi su cosa sia davvero il noir, quali siano i paletti che ne delimitano il recinto. La domanda è più che mai attuale da che ho letto La morte di Auguste, perché in effetti non viene raccontato nessun crimine, nessun delitto. Eppure, la sensazione di avere un noir tra le mani è fortissima. Il romanzo, in appena 155 pagine, racconta sostanzialmente di tre elementi.
Il primo, forse il più visitato da Simenon, è quello della provincia francese. Anche se il romanzo è ambientato alle Halles di Parigi, quello che il belga descrive è un microcosmo in tutto e per tutto assimilabile ai paesini di provincia protagonisti di tanti romanzi duri e della serie di Maigret.
Il secondo, volendo procedere per cerchi concentrici, è un altro microcosmo, ovvero quello del ristorante di Auguste, passato dall’essere un semplice bistrot a diventare un ristorante che ospita ambasciatori e notabili della città.
Il terzo elemento è però quello che per lungo tempo ha costituito un vero chiodo fisso, quasi un’ossessione, per Simenon, ovvero: la famiglia. In questo romanzo viene descritta esplicitamente come “un covo di vipere”. Quelli che dovrebbero essere tre fratelli, due dei quali molto vicini e cresciuti insieme, si rivelano come tre sconosciuti, che si contendono un malloppo di un milione di nuovi franchi. Emergono in questo contesto, in tutta la loro potenza, la miseria, le bassezze, la meschinità degli esseri umani. In questo senso, il romanzo che sento più vicino, per via del tema della famiglia, e anche perché è un romanzo duro ma senza un vero e proprio intreccio giallo, è I Pitard.
Ci sarebbe da dire della meraviglia della scrittura di Simenon, della sua gigantesca abilità nel far vedere i luoghi, sentire gli odori, far vivere il lettore dentro la realtà che descrive, della sua capacità di scrivere dialoghi più che verosimili, reali, e insieme di farci capire con precisione chirurgica il tipo di persona che abbiamo davanti, come si rapporta con gli altri personaggi, quale sia la sua estrazione sociale, la sua psicologia, la sua anima. Tutto questo con parole tanto semplici, da poter essere comprese anche da un bambino.
In un mondo in cui si scrivono romanzi di cinquecento pagine di inutili descrizioni e di riempitivi per rendere il lettore più partecipe alla storia, per renderlo più informato delle vicende dei personaggi e di tutto quel background che oggi sembra indispensabile, la lezione di Simenon arriva come una ventata d’aria fresca e pulita, che con la semplicità che solo i grandi hanno, fa vedere a tutti come si fa.
Come si fa a scrivere riuscendo a evocare nel lettore quello che altri non riescono nemmeno a sfiorare usando milioni di parole in più. La scrittura in togliere: questo è il segreto di Simenon, e questo libro toglie addirittura la vicenda nera, lasciando comunque il lettore con una sottile inquietudine, un disagio mai sopito, un’insicurezza che nasce dall’ipocrisia dei sentimenti: nessuno verserà una lacrima per la morte di Auguste: non i suoi figli, non le loro mogli.
E anche noi, alla fine del romanzo, ci troviamo a chiederci quante persone conosciamo così, simili ai figli di Auguste, che non piangono il proprio padre, ancora caldo nella bara, ma che litigano per spartirsi il bottino messo su dal vecchio in anni di duro lavoro.
A chiederci come ci comporteremmo noi stessi in una situazione simile. Che persone scopriremmo di essere.
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Georges Simenon
(Liegi 13 febbraio 1903 – Losanna 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese vallone, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. (Fonte Wikipedia).