MIRKO ZILAHY
Editore: Mondadori
Genere: Thriller
Pagine: 372
Anno edizione: 2025

Sinossi. Tra le torbide acque del Tevere, ai piedi della basilica di San Paolo, viene ritrovato il cadavere di una donna, in posa come se fosse vittima di un misterioso rito. È allora che il commissario Zuliani convoca Nemo Sperati, giovane docente all’Accademia delle Belle Arti. Quando posa lo sguardo sulla scena del crimine, Nemo sprofonda nella Stanza delle Ombre, il teatro mentale dove è in grado di vedere l’invisibile, riconoscere la firma dell’autore e attribuire l’opera. Perché lui possiede un talento arcano per il tenebrismo, la tecnica di chiaroscuri con cui a partire da dipinti e da scene del crimine evoca particolari nascosti, anomalie impercettibili anche alle più sofisticate tecnologie di indagine. Nel corpo della “Dama delle acque”, il professore riconosce subito la celebre Ophelia di John Everett Millais – esattamente come due settimane prima aveva fatto con il cadavere del direttore di Palazzo Barberini, che riproduceva Giaele e Sisara di Artemisia Gentileschi, da poco rubato. Il caso si complica quando il quadro viene rinvenuto e Nemo scopre che non è autentico, ma opera di Rufo Speranza, il più grande falsario del Novecento morto suicida molti anni prima. E soprattutto… suo padre. È così che Miriam Tiberi, sanguigna ispettrice di polizia che affianca Zuliani, si ritrova sulla pista che conduce direttamente a lui. Per scagionarsi, Nemo dovrà scendere negli abissi del proprio passato, separare il vero dal falso e far luce sul mistero che ammanta la vita e la morte di Rufo Speranza. Ambientato in una Roma notturna e decadente, popolato da personaggi ambigui e pieni di segreti, La Stanza delle Ombre è una corsa attraverso un labirinto di menzogne e verità nel mondo dell’arte e dei falsari. Un romanzo sulle maschere che scegliamo di indossare per proteggerci, per ingannare il mondo, o per gridare la nostra verità.
Recensione
di
Silvana Meloni
“Sopra un vasto cielo di cobalto volteggiavano i gabbiani come corvi. In basso, sulla sponda destra del Tevere, sorvegliati dalla mole ferrosa del Grande Gazometro e dai pallidi marmi della basilica di San Paolo, si agitavano gli uomini.
«Identità?» «Ignota.» «Generali?» «Femmina. Sui cinquanta.»”
Con queste parole ha inizio il nuovo romanzo thriller di Mirko Zilahy La stanza delle ombre. Ho scelto di aprire questa riflessione riportando l’incipit del romanzo perché è il modo più semplice e diretto di mostrare la voce inconfondibile di questo autore. L’unico, tra gli scrittori di questo genere letterario, che utilizza un linguaggio poetico, ritmato, per raccontare una scena del crimine.
La frase iniziale riportata è infatti composta da sette endecasillabi, che conferiscono un ritmo inconfondibile alla descrizione d’apertura, seguiti dal freddo dialogo tecnico che ci porta, bruscamente, alla realtà della presenza del cadavere di una donna.
Le poche righe riprodotte ci dicono tutto sulla scrupolosità con la quale Zilahy cura il proprio stile, ma vi è di più. L’immagine che ci trasmette con questa apertura di sipario contiene già il tema del romanzo: il contrasto tra arte (luminosa, celeste, aperta) e realtà (oscura, limitata, rappresentata dagli uomini che si muovono sulla terra, senza una direzione, alla ricerca del senso della vita). Il falso nell’arte non esiste, ci dice il protagonista qualche pagina dopo, è solo un errore di attribuzione, perché l’arte è sempre una rappresentazione mistica del reale attraverso lo sguardo dell’artista.
Che dire? Basterebbero queste poche riflessioni a mostrare quanto sia speciale la voce letteraria di questo autore che anche qui, come nelle precedenti opere, attesta quanto di più erroneo ci sia nell’attribuire al genere thriller una patente di letteratura di serie cadetta rispetto all’altra “vera letteratura” di serie A.
Ma andiamo oltre il linguaggio e il simbolismo poetico. Abbiamo un racconto investigativo, un giallo di grande tensione narrativa. Una trama complessa, ricca di colpi di scena che tengono il lettore incollato alla pagina. Grande maestria dunque nel ritmo, in un crescendo d’inquietudine che ci accompagna al climax finale.
Un’attenzione particolare meritano i personaggi.
A partire dal protagonista, il giovane professore d’arte Nemo Sperati, sulle cui incredibili capacità professionali e artistiche ruota tutta la vicenda, abbiamo una carrellata di figure di ottimo spessore, nessuna delle quali tratteggiata sommariamente. Zuliani, l’anziano poliziotto amante dell’arte, seppur alla fine della carriera, ancora in bilico tra il legame affettuoso che lo lega al giovane Nemo e l’interesse personale, diventato ormai più che altro febbrile curiosità;
l’ispettrice Miriam Tiberi, una personalità segnata da un rapporto filiale difficile, tesa tra una moderata ambizione professionale e la tensione verso la ricerca della giustizia sostanziale;
l’odiato collega ispettore Dantrassi, la cui massima aspirazione si identifica con un narcisismo ai limiti del patologico;
il vicequestore Brioschi, ambizioso al punto dal preferire sotterranei giochi di potere, diretti alla ricerca veloce di un capro espiatorio piuttosto che il vero responsabile del crimine;
Leda, la sorellastra di Nemo, figlia abbandonata dell’artista Rufo Speranza, che nutre rancore verso il padre defunto e ostilità nei confronti del fratellastro;
Rufo Speranza, artista eccelso, padre e mentore artistico di Nemo, famoso per le sue capacità di falsario, morto suicida quindici anni addietro rispetto al tempo della narrazione, tuttavia ancora presente nel cuore e nella mente di tutte le persone coinvolte in questa vicenda, comprese le vittime, tanto da assumere il ruolo del vero protagonista della storia.
In conclusione, siamo di fronte a una eccelsa prova letteraria e di genere, al cui confronto sbiadiscono molti romanzi, anche d’oltralpe, che annoverano riconoscimenti autorevoli nonché favore del pubblico.
Come appare evidente, ho apprezzato molto questo romanzo.
Ho letto a suo tempo quasi tutte le opere di Mirko Zilahy, e riprendere in mano oggi, dopo qualche anno, un suo lavoro mi ha aperto il cuore: ho ritrovato la bella sensazione di godermi ogni pagina con lo stupore di quando ebbi il piacere di leggerlo la prima volta.
Davvero complimenti, consigliatissimo.
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Mirko Zilahy
Scrittore e traduttore italiano (Roma1974). Laureato in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Roma, editor di diverse case editrici, ha scritto vari saggi su scrittori irlandesi ed è traduttore di testi dall’inglese, fra cui Il cardellino di D. Tartt. Nel 2016 si è distinto come uno dei più interessanti giallisti italiani emergenti con il romanzo thriller d’esordio È così che si uccide (ambientato in una Roma diversa dagli stereotipi, città piovosa e oscura su cui incombono i monumenti dell’archeologia postindustriale e dove si aggira un killer seriale), cui hanno fatto seguito La forma del buio (2017), Così crudele è la fine (2018), L’uomo del bosco (2021) e Nostra signora delle nuvole (2023).
A cura di Silvana Meloni