Un’indagine del commissario Grauner
Sinossi. L’Alto Adige oscuro, tra delitti e misteri. Un nuovo episodio della serie di romanzi gialli ambientati nelle valli sudtirolesi. Il commissario Grauner e il suo assistente, l’ispettore napoletano Saltapepe, si confermano una delle coppie investigative più scaltre e bizzarre del panorama noir europeo. Un omicidio sconvolge la quiete di una località della val Passiria solo apparentemente amena. Sul prato ai margini di un bosco giace il cadavere di un uomo, disposto come in una macabra natura morta. Gli abitanti del villaggio si chiudono nel silenzio: qui gli estranei non sono i benvenuti, meno che mai la polizia. Un eccentrico esperto d’arte rivela però un dettaglio sorprendente: la scena del delitto richiama un dipinto attribuito a Botticelli, “La Venere dei boschi”, di cui si sono misteriosamente perdute le tracce. Tra cunicoli di miniere abbandonate, oscuri traffici di opere d’arte e vendette familiari, l’indagine porta alla luce un’inquietante verità. Un giallo che intreccia paesaggi alpini e atmosfere cupe, firmato da uno dei più apprezzati autori di narrativa crime.
Autore: Lanz Koppelstätter
Traduttore: Giovanna Ianeselli
Editore: Alphabeta
Collana: Travenbooks
Anno edizione: 2026
Pagine: 288 p., Brossura
Recensione
di
Sabrina De Bastiani
«Glielo chiedo di nuovo: c’è ancora qualcuno in valle che a quel tempo era ragazzino? Al tempo in cui le opere d’arte trafugate dai nazisti furono accumulate qui?»
Ne La Venere dei boschi ogni sentiero, ogni valle, ogni bosco sembrano sapere qualcosa che i personaggi faticano a dire.
Perché le montagne di Lenz Koppelstätter custodiscono i segreti meglio degli uomini. Non fanno da semplice sfondo alla vicenda. Osservano, assorbono, ricordano, proteggono. Sono una presenza viva, silenziosa, capace di trattenere ciò che gli uomini vorrebbero dimenticare.
È questo il fascino del nuovo caso del commissario Grauner. L’indagine avanza nella memoria di una terra dove il passato non smette mai davvero di esistere. In una valle vivere insieme significa condividere molto più di un territorio. Significa ereditare ricordi, errori, paure e, talvolta, colpe. Non sono soltanto le persone a conservarle. Lo fanno anche i luoghi, che diventano specchio di ciò che gli uomini non riescono a confessare.
Più profonda è la valle in cui vivi, più inquietante è l’oscurità che vi si annida. Più alte sono le montagne che ti circondano, meno il mondo riesce a raggiungerti. Più fitto è il bosco, più intricato è il labirinto dentro di te, dal quale a un certo punto, anche se ci provi, non riesci più a uscire.
Così la montagna assume un valore che va oltre il paesaggio. Diventa metafora dell’interiorità. Più è impervia, più la verità è difficile da raggiungere. Più profonda è la valle, più oscura appare la parte di noi che vi si nasconde. Più fitto è il bosco, più intricato diventa il labirinto della coscienza, fino al punto in cui trovare l’uscita sembra impossibile.
La Venere del titolo, allora, è molto più del reperto attorno a cui ruota l’indagine. È il simbolo di tutto ciò che il tempo seppellisce senza riuscire a cancellare. Come i ricordi, le colpe, i rancori. Si possono nascondere per anni, attraversare generazioni, cambiare volto. Ma non scompaiono mai del tutto. Rimangono in attesa che qualcuno abbia il coraggio, o la sfortuna, di riportarli alla luce.
Il commissario Grauner continua a convincere proprio perché rifugge ogni eroismo.
La vista sulle montagne, la chiara roccia delle Dolomiti a illuminata dal sole della sera. L’aria fresca, il vento che giocava tra le foglie dei castagni. Era un rituale benefico. abbassare gradualmente il volume della sinfonia quando entrava nel cortile, sentire il muggito delle sue amate bestie che già lo aspettavano. Accarezzare i loro corpi caldi – Margarete, brava. Annabella, tranquilla. Respirare l’odore della stalla, quell’intenso, aromatico, divino odore di stalla.
È un uomo che ritrova se stesso attraverso gesti semplici, ripetuti, quasi rituali, non il detective infallibile che domina la scena con il proprio intuito. Grauner ascolta prima di parlare, osserva prima di giudicare, riconosce il valore dei silenzi. E sono proprio quei silenzi a suggerirgli che il mistero non appartiene mai soltanto a un individuo.
Un paese, una valle, erano una comunità legata dallo stesso destino. Se arrivava qualcuno da fuori, la gente si mostrava compatta. Ma se si restava lì abbastanza a lungo, venivano a galla conflitti antichissimi.
Le comunità non sono mai immobili. Conservano memorie, ferite e rancori che attraversano il tempo, sedimentandosi nelle famiglie fino a riaffiorare quando qualcosa incrina l’equilibrio apparente. L’indagine sul crimine diventa così anche un’indagine sulla memoria collettiva e sul peso delle appartenenze.
Accanto a Grauner, l’ispettore Saltapepe è molto più di una spalla investigativa. Porta nel romanzo il mare, l’ironia e l’istinto, mentre Grauner incarna la montagna, la riflessione e l’ascolto. Potrebbero essere costruiti per contrasto; Koppelstätter, invece, sceglie la complementarità. Tra loro non c’è competizione, ma fiducia. Una fiducia fatta di battute, intuizioni condivise e silenzi che non hanno bisogno di essere spiegati. Pur provenendo da geografie, culture e sensibilità diverse, finiscono per parlarsi la stessa lingua. È questa intesa, mai ostentata e mai prevedibile, a dare equilibrio all’indagine e a rendere ancora più credibile il loro rapporto umano.
Koppelstätter, autore di grande sensibilità, non permette al noir di oscurare la bellezza, non lascia che il male si prenda tutta la scena. Anche quando racconta la violenza, il peso della Storia o le ferite di una comunità, continua a cercare ciò che resiste.
La dignità. La grazia. La bellezza.
Si trovarono davanti il volto di una donna anziana. Una vecchietta fragile, curva, con una coperta di lana nera sulle spalle. La donna tremava, probabilmente per l’agitazione. Rughe profonde le solcavano come crepacci la pelle scura e coriacea, ma i suoi occhi azzurro ghiaccio sembravano quasi infantili. I capelli grigi arruffati erano spessi come la paglia. Era bellissima. Solo le donne che avevano trascorso tutta la vita tra le montagne avevano quell’aspetto. Non come corpi estranei in mezzo alla natura, ma come parte di essa. La gente di mare, gli aveva detto una volta Saltapepe – uomini e donne che per tutta la loro vita erano usciti in mare aperto -, avevano lo stesso aspetto. Grauner non era in grado di giudicare, ma poteva essere vero.
Una donna che non è bella nonostante le rughe.
Lo è attraverso di esse.
I crepacci della sua pelle richiamano quelli della montagna, come se il paesaggio e il corpo avessero attraversato la stessa lenta erosione del tempo. Poi arrivano gli occhi azzurro ghiaccio, quasi infantili, che incrinano la durezza dell’immagine e aprono uno spiraglio inatteso, sotto il peso degli anni continua a vivere qualcosa che il tempo non è riuscito a consumare.
Ed è esattamente lì che l’anziana contadina diventa una figura simbolica, una Venere montana, scolpita non dal marmo ma dalla neve, dipinta dal vento, dalla fatica, dal silenzio. Una bellezza che appartiene alla terra più di quanto appartenga a se stessa, che non chiede di essere ammirata, ma riconosciuta. Nasce dal lavoro, dal freddo, dall’attesa, dagli anni trascorsi senza perdere del tutto la capacità di stupirsi.
Ed è in fondo questo che Koppelstätter chiede al lettore. Andare oltre la superficie, diffidare delle apparenze, imparare a vedere ciò che il tempo sembra aver nascosto.
Abbraccia tanti sentieri il titolo di questo romanzo, La Venere dei boschi.
Venere, qui, non è soltanto l’opera d’arte attorno a cui ruota l’indagine. È anche questa donna. E, forse, è la montagna stessa, capace di custodire una bellezza antica e severa, che resiste al tempo, alla violenza della Storia e perfino all’oblio.
«C’è qualcosa che non mi dà pace.»
«Dica pure, signor commissario!» lo esortò il sindaco.
«Non mi dà pace il fatto che non credo a una sola parola di tutto quello che mi state raccontando» disse Grauner.
«Non credo a nessuno di voi. Credo che il paese sappia che cos’è successo. O almeno lo sospetti.»
E troppo spesso il confine tra ciò che si sa e ciò che si finge di ignorare è sottilissimo e sposta il baricentro del mistero, che non riguarda soltanto l’identità del colpevole, ma la responsabilità di un’intera comunità.
Ed è proprio su questo limine che si muove Grauner, consapevole che la verità non si nasconde solo nelle prove, ma anche nei silenzi, nelle reticenze, nelle fedeltà che legano un paese ai propri segreti.
La Venere dei boschi costruisce la tensione senza rincorrere il colpo di scena. Preferisce lasciare che siano l’atmosfera, il paesaggio e i personaggi a guidare, componendo un noir che procede con passo sicuro e conquista per profondità e fascino.
Koppelstätter conferma così la sua cifra narrativa ormai riconoscibile. Una narrazione elegante, autentica e profondamente immersiva. Usa l’indagine come strumento per esplorare la memoria, il paesaggio come linguaggio dell’anima, il delitto come occasione per interrogare ciò che gli esseri umani tramandano di generazione in generazione. Nei suoi romanzi la natura non assiste agli eventi. Li assorbe, li conserva e, quando il tempo è maturo, li restituisce.
Per questo La Venere dei boschi non racconta soltanto un caso del commissario Grauner. Racconta il peso della memoria, il rapporto tra gli uomini e i luoghi che abitano, la difficoltà di distinguere la verità dalla versione che una comunità decide di raccontare a se stessa.
E allora il bosco del titolo non custodisce soltanto una Venere. Custodisce tutto ciò che qualcuno spera di avere sepolto per sempre: colpe, paure, omissioni, ricordi.
Ma i boschi, come le montagne, hanno una memoria ostinata.
E la verità, proprio come le radici degli alberi, trova sempre un modo per riaffiorare.
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Lenz Koppelstätter
(Bolzano 1982) è cresciuto in Alto Adige. Dopo gli studi di scienze politiche a Bologna e di scienze sociali a Berlino ha frequentato la scuola di giornalismo a Monaco. Ha collaborato con testate come «Tagesspiegel», «Zeit Online», il settimanale «Zitty» e altre riviste. Omicidio sul ghiacciaio (Corbaccio 2018) è il suo romanzo d’esordio.