Stefano De Bellis
Edgardo Fiorillo
Sinossi. Negli anni in cui è stato in carica, Gaio Licinio Verre ha messo la Sicilia in ginocchio: estorsioni, peculato, torture, in alcuni casi persino omicidio. In occasione del processo che lo vede imputato per concussione, due famosi oratori si affrontano senza esclusione di colpi: all’accusa, Marco Tullio Cicerone, prossimo a essere eletto edile, e alla difesa Quinto Ortensio Ortalo, suo rivale storico. La vita di Verre, però, è in grave pericolo: l’uomo infatti è l’obiettivo del più letale fra i sicari, un mostro implacabile che farà di tutto per portare a termine la sua missione. Cicerone è disposto a sfidare chiunque per assicurare Verre alla giustizia e rivelare i mandanti che minacciano l’integrità della Repubblica. Nell’indagine lo affiancheranno l’ex centurione Tito Annio Tuscolano, il veterano Astragalo e l’indecifrabile Lafreno. Tra ex ballerine arriviste, avidi pubblicani, parassiti intriganti e mercanti di schiavi, i tre andranno a caccia nei vicoli oscuri della Suburra, dove la legge non arriva, per scontrarsi con nuovi e antichi nemici. 70 a. C. Il futuro della Repubblica è in bilico e un’ombra si allunga sull’ex propretore della Sicilia Gaio Licinio Verre, al centro di uno spettacolare processo dall’esito quanto mai incerto. Per scongiurare la minaccia del complotto e assicurarsi che giustizia venga fatta, Cicerone si affida alla propria esperienza e a quella dell’ex centurione Tito Annio Tuscolano. Ma la verità potrebbe costare ai Romani molto più di quanto lui stesso non sia disposto ad accettare.
Autore: Stefano De Bellis e Edgardo Fiorillo
Editore: Einaudi
Genere: Thriller storico
Pagine: 536
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Salvatore Argiolas
Marco Tullio Cicerone è sicuramente uno degli uomini illustri più conosciuti della storia Romana, ricca per altro di personalità eccezionali, sia per il suo ruolo politico sia per la sua carriera da avvocato che lo impegnò in famosissime cause, ancora ricordate e studiate nelle scuole.
La sua figura ha ispirato anche lo scrittore Richard Harris, autore di una trilogia molto interessante che comprende “Imperium”, “Conspirata”e “Dictator” narrata dal fido segretario Tirone.
Anche “L’accusa di Cicerone”, scritto da Stefano De Bellis e Edgardo Fiorillo fa parte di una trilogia che comincia con “Il diritto dei lupi” e prosegue con “La stagione delle Erinni”, le cui recensioni potete leggere qui sul sito di ThrillerNord.
I tempi in cui visse a agì da protagonista Cicerone erano molto insidiosi per la presenza di diversi ambiziosi condottieri che miravano alla presa del potere e per la sensazione che la fase istituzionale della repubblica stava per finire.
Erano sempre più tesi i rapporti tra i senatori e altri classi sociali come gli equites, di cui faceva parte anche Cicerone, che cercavano di trovare più spazio nella gestione del potere.
In particolare la preparazione della Lex Aurelia, che intendeva cambiare la composizione del collegio giudicante del tribunale per favorire l’ascesa delle altri componenti sociali, mise in subbuglio la classe dirigente Romana che non voleva cedere le leve del potere e cercò in tutti i modi di bloccare la legge o almeno di neutralizzarne gli effetti.
Questa è la cornice storica del romanzo che vede Cicerone, di solito avvocato di difesa, rappresentare l’accusa contro Gaio Licinio Verre, ex propretore in Sicilia processato per una lunga serie di crimini tra cui corruzione, ruberie e appropriazioni indebite ai danni di numerosi cittadini siciliani che lo denunciarono alle autorità.
Cicerone è consapevole che Verre ha molti appoggi nelle famiglie più influenti e che è una tessera che come nel domino, cadendo rischia di far crollare un’intera classe politica.
Come gli dice esplicitamente il capo della giuria Glabrione:
“Questo processo finirà con la condanna di Verre, non diventerà un attacco degli equestri alle famiglie sanatoriali. Incidilo nel marmo della tua testa dura: non rendiamo questa cosa più politica di quel che è. Avrai Verre, te ne potrai vantare, e la sua condanna ti aiuterà tanto nella tua carriera politica e saremo tutti felici di rovinare un parassita come l’ex governatore di Sicilia, ma per gli dei…
“E come posso tenere fuori la politica da qualcosa che è politico? Mi è già successo Glabrione, e non ho potuto evitare…”
“Dimentica il processo a Sesto Roscio (raccontato nel primo libro “Il diritto dei lupi”). Toglitelo dalla testa. Quella volta ti è andata bene e Roma ti è grata per aver contribuito alla caduta di Silla, ma qui si parla delle famiglie che hanno fatto la storia della Repubblica e quindi ti dico: limitati alla carriera di Gaio Licinio Verre e come quell’uomo abbia prosciugato l’isola per riempire le sue tasche come fanno tanti altri governatori più discreti e attenti di lui. Le sue tasche, Cicerone, non quelle di pubblicani o romani dai nomi importanti.”
Verre sa di essere un vaso di coccio tra vasi di ferro e ha pensato bene di cautelarsi nascondendo dei registri di beni che ha consegnato alle più alte cariche della Repubblica ma per una maggiore sicurezza si è dotato di una scorta di guardie del corpo guidate da una vecchia conoscenza di Cicerone, l’ex centurione Tito Annio Tuscolano, protagonista anche degli altri due romanzi della serie.
Tito Annio viene a conoscenza di un complotto per uccidere Verre a assieme ai suoi fidi compari Astragalo e Lafreno cerca in tutti i modi di sventare la minaccia, che rischia anche di far crollare l’istituzione repubblicana.
Cicerone e l’ex centurione lotteranno con le armi che sono loro più congeniali per opporsi alla prospettiva di una rivoluzione istituzionale che è sempre più incombente e, come la Storia racconta, non tarderà a manifestarsi.
“Oh, no, centurione, no. Hai ragione; forse sono uno tra i pochi a non volere Verre morto, ma quello che non capiscono gli altri è che questo processo serve alla Repubblica prima di tutto. Gaio Licinio Verre deve sottoporsi al giudizio dei romani e del senato. Le provincie ci guardano, il popolo ci guarda.
“Il popolo ti guarda. Siamo onesti, è per questo che siamo qui.” commentò Tito con un sorrisetto irridente, per nulla impressionato dai toni retorici del suo interlocutore.
Cicerone si interruppe, lo fissò negli occhi. “se il mio bene corrisponde con quello della Repubblica, non ci vedo niente di male. Ma dietro Verre. Credimi c’è molto di più di un’isola depredata, c’è una Repubblica morente, Tito Annio, e io non voglio che muoia.”
“L’accusa di Cicerone” è un denso romanzo dai molteplici livelli di lettura dove ogni lettore trova la chiave che più gli si addice in quanto può essere considerato un romanzo storico, un legal thriller ante litteram, una metafora dei tempi attuali, un thriller storico dove Tito Annio e la sua banda di avventurieri lottano per far prevalere il male, un modo per dare carne e sangue a dei nomi che ricordiamo nei libri di scuola dopo che il tempo di chiuse su di loro.
Oltre a ciò, il pregevole libro di Stefano De Bellis e Edgardo Fiorillo mette sotto una potente lente d’ingrandimento i sottili e machiavellici meccanismi, sempre attuali, che il potere usa per continuare a sopravvivere ai tempi nuovi, usando anche citazioni postmoderne (Insomma, per cambiare le cose, non bisogna cambiare niente. In molti la pensano così.) e crea un inquadramento ben centrato e comprensibile alle “Verrine” le celebri orazioni che Marco Tullio Cicerone tenne nel 70 a. C o, come viene scritto nel libro e come lo conteggiavano i Romani, nel 684 ab Urbe condita.
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Stefano De Bellis, Edgardo Fiorillo
Stefano De Bellis (1973) è consulente informatico amministrativo. Per Einaudi ha pubblicato, con Edgardo Fiorillo, Il diritto dei lupi (2021), La stagione delle Erinni (2023) e L’accusa di Cicerone (2026). Sono entrambi appassionati di storia, noir, cinema e fumetti.
Edgardo Fiorillo (1973) è biologo e divulgatore scientifico. Per Einaudi ha pubblicato, con Stefano De Bellis, Il diritto del lupi (2021) e La stagione delle Erinni (2023) e L’accusa di Cicerone (2026). Sono entrambi appassionati di storia, noir, cinema e fumetti.