L’influsso dei fagiani




‎ Antje Ravik Strubel


Sinossi. Un mattino di buon’ora Hella Karl legge la notizia che non si aspettava: Kai Hochwerth, astro della scena teatrale berlinese, si è tolto la vita. Si è lasciato vincere dalla propria fragilità o è stata lei con le sue parole a spingerlo al suicidio? La giornalista, caporedattrice delle pagine culturali di un importante quotidiano, non si scompone facilmente e crede di avere tutto sotto controllo, ma sa comunque di aver scritto un articolo dalle conseguenze devastanti su quell’uomo acclamato, e ora viene ritenuta responsabile della sua morte… “L’influsso dei fagiani” racconta in modo avvincente e con appuntita ironia la storia di una donna che perde ogni certezza, dissezionando con straordinaria lucidità quel gusto del potere da cui nessuno è immune. Un romanzo sulle strutture patriarcali che ingabbiano la nostra volontà e deformano fatalmente le nostre percezioni, e sulla distanza necessaria per guardare in faccia una verità che brucia.


Autore: Antje Ravik Strubel

Traduttore: Cristina Vezzaro

Editore: Voland

Collana: Amazzoni

Anno edizione: 2026

Pagine: 224  p., Brossura

 Recensione

di

Sabrina De Bastiani


C’erano le circostanze della sua morte. C’erano lei e il suo giornale e l’antefatto. C’erano la notorietà del morto, le sue origini precarie, l’ascesa fulminea, la caduta. C’era il suo rapporto speciale con lui. Che poi tanto speciale non lo era stato. II suo necrologio quel giorno era in bella vista a pagina 3. Nella lontana Australia. Il marito di una celebre cantante lirica tedesca.

Sul magnifico sfondo dell’Opera di Sydney.

L’influsso dei fagiani di Antje Rávik Strubel è un romanzo molto meno addomesticabile di quanto lasci intendere la sua superficie.

D’altronde, come si può addomesticare il potere che entra sotto pelle, nelle parole, nei rapporti, perfino nel modo in cui si impara a stare al mondo?

Hella Karl è una giornalista e, come spesso accade a chi vive di parole, sa di non poterle considerare neutre, innocenti.

Le parole registrano, deformano, anticipano, feriscono. A volte salvano. Molto più spesso arrivano quando è già troppo tardi.

Era un mestiere in cui si arrivava sempre in ritardo e quel ritardo era irrecuperabile… (…) Non si era mai sul posto al momento giusto. (…) Il loro operato era comunque a posteriori. Parrucchieri, piloti, ingegneri, fornai; tutti plasmavano gli eventi. Li producevano.

Perfino i medici erano messi meglio. Almeno a volte riuscivano ad arrivare sul posto in tempo utile per poter ancora influenzare gli eventi. Per i giornalisti era diverso. Con le loro informazioni non davano forma a un bel niente, davano conto. (…) Le news conferivano ai giornalisti una parvenza di attualità. Mentre in realtà acquisivano influenza solo in un secondo momento. E una vita non la si poteva salvare a posteriori. 

Il giornalista è dunque condannato, senza appello, al dopo. Racconta ciò che è accaduto, mentre il mondo pretende l’illusione dell’immediatezza. 

Ma proprio quel dopo può diventare potere. 

Perché se una notizia non cambia necessariamente ciò che è successo, può cambiare ciò che succederà dopo che qualcuno l’avrà letta.

Le parole influenzavano talvolta perfino i più recalcitranti. Era quella la loro magia e la loro maledizione.

Una parola, soprattutto quando viene pubblicata, non appartiene più davvero a chi l’ha pronunciata. Circola. Si moltiplica. Viene estrapolata dal contesto, trasformata, rilanciata.

La società dell’informazione, il mondo social, non hanno inventato questa dinamica, l’hanno soltanto resa infinitamente più rapida e più vorace.

Prima o poi saremo così bravi a camuffare le nostre parole che nessuno saprà più di cosa si sta parlando. Una tecnica per tacere proprio ciò che si nasconde dietro una facciata sempre più impenetrabile. Per questo ci ridurremo presto a non fornire più informazioni. Saremo solo propaganda.

È impossibile leggere queste righe senza pensare al presente, proprio per questo occorre stare attenti a non leggere questo romanzo come una profezia sui social, sulle fake news o sulla stampa contemporanea. Sarebbe non del tutto errato,  ma certamente riduttivo.

Strubel, infatti,  non scrive solo un pamphlet sull’attualità, ma racconta della facilità con cui la verità può essere manipolata quando il linguaggio smette di avere il compito di nominare le cose e comincia ad avere quello di indirizzare la percezione che ne abbiamo.

La protagonista, Hella,  si muove in  questo territorio con una ostinazione e una solitudine di fondo. Non è  una vittima da proteggere. 

Quello che doveva fare, pensò Hella stregata dal movimento, era trovare la pazienza. Pazienza nei confronti di T e di tutti coloro che ce l’avevano con lei, ma soprattutto pazienza nei confronti di se stessa. Quella nuvola oscura non sarebbe passata oltre tanto in fretta. La forza di un’azione si misura visibilmente dalla forza del vento contrario che la accoglie. Solo che a lei mancava la predisposizione femminile per (…)  l’indulgenza e l’arrendevolezza. Di pazienza ne aveva sempre avuta poca.

È una donna che cerca di capire quanto della propria voce le appartenga davvero, quanto basti assumere  atteggiamenti maschili per avere accesso ai  luoghi del potere, quanto del potere, una volta conquistato, si sia  disposti a replicare.

Ma basta comportarsi come un uomo per riuscire a sottrarsi al patriarcato? No, sembra essere la risposta laconica di Antje Rávik Strubel.

No. Perché il problema non è soltanto chi siede al tavolo. È il tavolo stesso. Sono le regole. Il linguaggio. La gerarchia invisibile di ciò che viene considerato autorevole e di ciò che invece viene tollerato, minimizzato, dimenticato.

Anche il rapporto di Hella con Kai Hochwerth, motore del romanzo, entra in questa zona ambigua. Vicinanza, distanza, desiderio, potere, memoria, tutto e il contrario di tutto, in un continuo sottrarsi alle definizioni.

Lei e Kai Hochwerth erano stati vicini fino al giorno in cui non erano stati più vicini.

Perché le relazioni, suggerisce Strubel, non finiscono necessariamente quando accade qualcosa. A volte finiscono quando cambia il modo in cui possiamo raccontare ciò che è accaduto.

Se non c’era nessuno a cui potesse raccontare la felicità, era il caso di tacere l’infelicità.

Perché raccontarsi è già un modo di dare consistenza a ciò che viviamo.

Ma in un mondo che misura in visibilità, tutto rischia di diventare prestazione.

Se c’è chi ti conta i clic e i like, si è tentati di cedere al trend. Qualunque esso sia. In modo che quei maledetti clic aumentino.

Strubel sa essere caustica proprio perché non si mette al di sopra del fenomeno. Sa che la tentazione riguarda tutti, essere visti, essere letti, essere approvati. E sa che il passo dalla necessità di comunicare alla necessità di piacere è brevissimo.

“Anche Joan Didion mi piace” disse la scrittrice. “Lei è ottima, letta dalla fine.”

“Lei legge i libri dalla fine?”

“Naturalmente” disse la vecchia signora frugando nella sua vecchia borsetta screpolata. “Ciò che mi interessa è capire come fanno. Come organizzano il tutto. Come ne vengono a capo.”

“Non si perde il contenuto iniziando dalla fine?”

“Il contenuto mi è indifferente.” (…)

“Il contenuto distrae da ciò che conta davvero.”

“È così”

La vecchia signora alzò la testa.

“Ha ragione. È così” ribadì Hella. “Succede lo stesso con la vita. Bisogna venirne a capo. È questo il punto. Venire a capo della vita. I contenuti si ripetono. Amore, tradimento e morte.” 

È un passaggio che contiene una piccola vertigine. Perché forse siamo meno originali di quanto immaginiamo. Cambiano le epoche, i vestiti, le tecnologie, le parole con cui ci raccontiamo. Ma continuiamo a girare intorno alle stesse cose. Amore. Tradimento. Morte. E al disperato tentativo di dare loro una forma.

La vecchia signora appoggiò una mano sul braccio di Hella e la guardò con occhi dolci, velati dall’età. “Lei in ogni caso è una brava giornalista. È così. Glielo dico io.”

Lo disse con affetto, con un tono fermamente convinto. Dava l’idea di essere davvero sincera. Non c’era ironia, solo una cordialità  che sorprese Hella nel profondo. 

E poi c’è il fagiano del titolo, presenza che ricorre nel romanzo.

Non un semplice elemento simbolico apposto al romanzo come un’etichetta colta. È un’immagine che rimanda a Virginia Woolf e a Le tre ghinee, alla caccia come rito maschile, alla rete di relazioni sociali e di potere che si costruisce attorno a quei luoghi apparentemente innocui in cui gli uomini decidono il mondo.

 “The influence of the pheasant upon love alone deserves a chapter to itself” 

Da questa frase di Woolf Strubel mutua il titolo e, soprattutto, una domanda.

Quanto è profondo l’influsso delle strutture che ci precedono? Quanto della nostra libertà è davvero nostro e quanto è semplicemente il modo, più o meno elegante, con cui abbiamo imparato a stare dentro una stanza costruita da altri?

Il fagiano che Hella vede allo steccato è bellissimo e inquietante.

Allo steccato c’era un fagiano. Un bell’esemplare. Le piume sul collo mostravano un’iridescenza verde-blu, attraverso la rete metallica le puntava gli occhi dritto addosso. Non era timido. Non sembrava impaurito.

È quasi un’apparizione. Sta lì. Come fanno certe verità quando finalmente smettiamo di evitarle.

Guardare in faccia la verità faceva bene. La verità era nuda e cruda, e brillava a tal punto che nello specchio del bagno si poteva scorgerne il riflesso rosso.

Quando Hella Karl si voltò, dietro di lei non c’era nessuno.

Questo romanzo, in fondo, attraversa anche questo. La difficoltà di voltarsi e scoprire che dietro non c’è nessuno a cui attribuire la responsabilità delle proprie scelte.

Strubel non offre soluzioni e non distribuisce assoluzioni.

Scrive un libro inquieto, intelligente, a tratti spigoloso, che pretende dal lettore attenzione e disponibilità a perdersi. Un romanzo sul linguaggio che non vuole diventare uno slogan, un romanzo sul potere che non cerca di piacere al potere, un romanzo sulle donne che non le trasforma in figurine edificanti.

Quanto di ciò che chiamiamo libertà è davvero libertà, e quanto è soltanto la capacità di muoversi con disinvoltura dentro regole non scritte da noi?

Il fagiano continua a guardare dall’altra parte della rete e forse il punto non è riuscire ad avvicinarlo, ma capire chi, davvero, ha costruito lo steccato.

“Ci sono novità, Hella” disse precipitosamente nel ricevitore.

“Lavori per un giornale, Edith!”

“Vero.” 

Edith era refrattaria all’ironia.

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Antje Ravik Strubel


(Potsdam, 1974) è scrittrice e traduttrice dall’inglese (Virginia Woolf, Joan Didion, Lucia Berlin) e dallo svedese (Monika Fagerholm). La sua ricca produzione letteraria le è valsa numerosi premi oltre a residenze di scrittura e docenze presso svariate università. Con Donna blu, suo ultimo romanzo, si è aggiudicata nel 2021 il Deutscher Buchpreis.