Dolores Redondo
Sinossi. All’università la chiamano “acchiappafantasmi”, ma Nash Elizondo, psicologa forense, è una cercatrice di leggende. E in quella fine febbraio del 2020, poco prima dell’esplosione della pandemia di Covid-19, è appena scesa nella voragine di Legarrea, nelle valli tranquille della Navarra, per documentare le origini di un mito popolare, ancora ben radicato nella regione, che racconta di stregoneria e morti violente. Ma lì sotto, tra calcinacci, lana di pecora e un materasso, eccola imbattersi nel corpo senza vita di una diciottenne scomparsa nella zona tre anni prima: Andrea Dancur, il cui caso aveva scosso la Spagna intera e si era concluso con una condanna per omicidio. L’analisi del luogo del ritrovamento apre però una serie di nuove piste, che Nash decide di seguire in prima persona. Comincia così a scavare proprio a un passo dal canto del fiume Baztán, in un mondo rurale impregnato di silenzi ostinati e pericolosi e, grazie alle armi discrete ma incisive della sua scienza, si troverà a incontrare, domandare, e comprendere come solo lei sa fare i meccanismi che guidavano e ancora guidano i comportamenti spesso strani degli abitanti di quella piccola comunità. Emergerà allora una rete di segreti familiari e relazioni tumultuose che rimandano a più di una persona, ognuna delle quali potrebbe essere l’assassino di Andrea, poiché tutte, in un modo o nell’altro, sembrano avere un movente.
Immersa in un territorio modellato da credenze e superstizioni, Nash Elizondo si affiderà all’intuito, al suo coraggio e a un’inaspettata spalla: la famosa ispettrice Amaia Salazar. Con l’esatta intenzione di dimostrare che le donne non si arrendono mai.
«La regina del thriller letterario». – Carlos Ruiz Zafòn
Autore: Dolores Redondo
Traduttore: Giulia Zavagna
Editore: Rizzoli
Collana: Nero Rizzoli
Anno edizione: 2026
Pagine: 576 p., Brossura
Recensione
di
Sabrina De Bastiani
Sapeva di essere come quella bambina intenta ad accendere fiammiferi in mezzo alla tempesta, nella speranza di intravedere i suoi morti nell’effimera fiamma di un cerino.
La dottoressa Nash Elizondo, che sa che nessuno si nutre di dolore, almeno non del proprio, la Voragine, tomba e altare che inghiotte donne, la notte lunga del Baztán che divora la luce, il carisma di Amaia Salazar, che prega per le anime dei morti.
«Cercherò la verità e dirò la verità, e questo non significa che corrisponderà necessariamente ai tuoi desideri, o a quelli di chiunque altro.»
Un romanzo dentro al romanzo, Loro che non dormono, una Dolores Redondo in purezza.
«E così sei venuta a cercare una strega e hai trovato una principessa perduta»
Terra, colpa, memoria e mito che si rincorrono e si mordono la coda fino a farla sanguinare.
Qui il crime meno che mai è genere, bensì necessità. Come se la storia non potesse fare altro che accadere proprio in quel punto preciso del mondo, dove la terra sembra ricordare più degli uomini.
Nash Elizondo arriva nel cuore della Navarra forte della sua formazione e di una razionalità costruita con disciplina e studio.
“Amaia, quello che mi tormenta è che io sono una donna razionale, ho studiato medicina, mi sono specializzata in psichiatria e psicologia forense accolgo ogni genere di sotterfugio della mente umana. Ho creduto di conoscerli quasi tutti, perché una delle cose che il nostro cervello sa fare meglio è autoingannarsi.”
E se tutto si incrina non è perché la scienza fallisca, ma perché, forse, non basta a contenere ciò che il luogo, quel luogo, restituisce. Il paesaggio, infatti, non è mai separato dall’evento umano, lo contiene e lo rifrange.
La morte non resta mai chiusa nel luogo in cui avviene, si sposta, modifica chi la incontra, altera la percezione stessa della realtà e di conseguenza il ritrovamento di Andrea Dancur, tre anni dopo la sua scomparsa, è una frattura che sventra il tempo.
Sono convinta che si stabilisca un vincolo fra il cadavere e chi lo trova. Nell’istante in cui ho trovato Andrea ho saputo che era lei, e in qualche modo ho saputo anche quello che era successo, o meglio, quello che non era successo. Come se mi avesse parlato.
Il corpo riemerge come se non fosse mai stato davvero nascosto, ma in realtà è moltissimo ciò che nasconde il Baztán.
Mai sfondo. Presenza. Materia viva che osserva e trattiene, che sembra partecipare alle indagini e alle vite degli abitanti con una propria intenzione. Un archivio emotivo che non smette di registrare.
Amaia Salazar torna dentro questa geografia come chi torna dentro una ferita che credeva cicatrizzata. E il suo sguardo, insieme a quello di Nash, costruisce una doppia traiettoria, da un lato l’indagine, dall’altro la deriva interiore. Perché ogni spiegazione ha un prezzo, e ogni verità lascia scorie.
Non lasciarti ingannare, alle persone piace raccontare mille volte la stessa storia di merda finché non ci credono perfino loro.
In un cortocircuito continuo tra razionale e irriducibile, la mente umana si difende soprattutto da se stessa, talvolta preferisce inventare piuttosto che ricordare. E allora il confine tra ciò che è accaduto e ciò che si crede accaduto diventa instabile, poroso, pericoloso.
Non posso spiegarlo, Nash, e non devo farlo. È l’unico modo che ho per non impazzire, accettare che, se tutto quello che ha un nome esiste, anche quello che non puoi spiegare esiste.
Amaia Salazar non nega l’inspiegabile. Non lo abbraccia in modo ingenuo, ma lo riconosce come una componente del reale che non si lascia ridurre ai minimi termini. In certi luoghi la pace non è una condizione possibile, perché tutto ciò che è stato fatto continua a circolare sotto la superficie. Come una corrente sotterranea.
Credi che da queste parti succedano cose più strane che altrove? Credo che certi luoghi siano come una grande antenna che capta ogni genere di fenomeno, credo che in certi luoghi la pace sia impossibile, credo che in certi luoghi l’energia fluisca in modo evidente, come lungo il fiume Baztán .
E così la Voragine, più che luogo fisico, diventa quesito morale, è un punto di scarico del male o un suo generatore? È un luogo che assorbe o che amplifica?
“Sono convinta che si stabilisca un vincolo fra il cadavere e chi lo trova.”
Perché ogni cadavere è anche una storia interrotta che cerca qualcuno disposto a darle un finale. E chi la raccoglie, investigatore, medico, testimone, si ritrova inevitabilmente coinvolto in un legame che non ha nulla di simbolico e tutto di concreto, che si insinua, che sposta la direzione dello sguardo e così anche le parole tra Nash e Amaia assumono un peso diverso.
“La psicologa dei morti,” disse Amaia scherzando.
La fottutissima superstar della polizia,” rispose Nash.
Ironiche in superficie, eppure cariche di riconoscimento profondo. La professionalità che si scontra con l’impossibilità di restare distaccati, la battuta che diventa una forma di sopravvivenza.
Di fronte a ciò che non riesce a spiegare, il pensiero tende a riorganizzare, a colmare i vuoti per una verità che non è mai unica, ma stratificata, instabile, spesso in conflitto con se stessa.
Una cosa è la verità e un’altra la sua versione è il modo in cui le comunità, i luoghi, le persone costruiscono narrazioni per rendere sopportabile ciò che altrimenti non lo sarebbe.
“Alla gente di qui non piace che si dissotterrino i loro segreti.”
La storia, in queste pagine, non è mai singola. Si ripete, si riscrive, si stratifica fino a diventare quasi un mito locale.
In questo senso Redondo trascende il crime senza tradirlo. Lo trasforma in tensione tra spazio e memoria, tra colpa e paesaggio, tra ciò che accade e ciò che ne consegue. Il Baztán diventa così un dispositivo narrativo e insieme una presenza morale che non giudica e non assolve e che continuerà comunque a cercare un nome per ciò che qualcuno vorrebbe (far) dimenticare.
La sua scrittura avvolge. Ha una densità particolare, quasi fisica, come se ogni frase portasse con sé il peso del luogo che descrive. Non è solo ciò che Redondo racconta, ma il modo in cui lo lascia sedimentare, la capacità di restituire la sensazione che ogni cosa sia già accaduta prima ancora di essere narrata. Che i delitti non arrivino come eventi isolati, ma come eco di qualcosa che la terra assorbe da sempre.
Non è tanto che non ci sia una risposta, il punto è che non sono sicura di volerla conoscere.
E poi c’è anche questo, in me.
Una vera e propria fascinazione per la voce di questa Autrice. Per quella sua capacità di trasformare il noir in qualcosa di più ampio, quasi rituale. Per la sua maniera di far convivere indagine e mito senza mai costringere l’una nell’altro.
Di Loro che non dormono colpisce la storia, colpisce il modo in cui la storia respira ed è scritta. Vince la scelta di non semplificare mai ciò che appartiene al buio e che rende il Baztán così difficile da lasciare e così credibile nella sua inquietudine.
Ed è così che il confine tra finzione e permanenza diventa molto più sottile di quanto si vorrebbe ammettere e ogni tentativo di spiegazione è solo un modo per avvicinarsi, senza mai possederla davvero, a una verità che continua a sfuggire.
“Dicono che ha uno sguardo a mille iarde, uno sguardo da combattente, sai che cos’è?”
“Io o la Redondo?”
“Entrambe.”
“Mi piacerebbe conoscerla,”disse Nash con sincerità.
“Potrebbe scrivere un libro su di te, ti avverto,” sorrise Amaia.
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Dolores Redondo
Ha studiato Legge, poi ha deciso di diplomarsi chef e di aprire un ristorante di cucina basca. Ha iniziato la sua carriera letteraria scrivendo racconti e storie per bambini. Nel 2009 ha pubblicato il primo romanzo: Los privilegios del ángel. Il guardiano invisibile (pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2013) è il primo romanzo della trilogia del Baztán. Accolto con grande favore dalla critica internazionale fin dalle primissime fasi di pubblicazione, è tradotto in 12 lingue. Tra gli altri suoi romanzi: Inciso nelle ossa (Salani, 2016), Tutto questo ti darò (DeA Planeta, 2017), Offerta alla tormenta (Salani, 2019) e L’uomo delle ombre (Piemme, 2020).