Chris Pavone
Sinossi. Chicky Diaz è il portiere più amato del Bohemia, il palazzo più prestigioso dell’Upper West Side, dimora di celebrità, finanzieri e dell’élite culturale di New York. Nel suo lussuoso attico, l’appartamento 11C-D, Emily Longworth ha tutto quello che ha sempre desiderato. Peccato che odi profondamente suo marito, che detestava in silenzio già prima delle recenti rivelazioni sull’origine della sua immensa ricchezza. Ma il contratto prematrimoniale è inattaccabile e lei non ha ancora trovato la forza di lasciarlo. Al piano inferiore, nell’appartamento 2A, Julian Sonnenberg – critico d’arte di successo e uomo che ha vissuto per cinquant’anni una vita piena e cosmopolita – riceve una telefonata devastante. Una notizia che non fa che confermare la sua sensazione: quella di essere ormai irrimediabilmente out. Intanto, nei sotterranei del Bohemia, il personale del palazzo – quasi tutto afroamericano e ispanico – segue con inquietudine le notizie in tv: a pochi isolati di distanza, un nero è stato ucciso dalla polizia. La città sta esplodendo in proteste, scontri, violenze. Mentre si prepara per il suo turno serale, Chicky infrange una regola sacra del mestiere: stasera porterà con sé una pistola. Perché lui sa che, proprio davanti all’ingresso sontuoso e all’apparenza inespugnabile del palazzo, si sta giocando qualcosa di più grande. Stanotte, nemici si scontreranno, lealtà verranno messe alla prova, segreti svelati – e vite spezzate.
Autore: Chris Pavone
Traduzione: Alfredo Colitto
Editore: Feltrinelli
Genere: Noir
Pagine: 432
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Salvatore Argiolas
Nel 1987 Tom Wolfe, l’alfiere del “New Journalism” diede alle stampe il romanzo “Il falò della vanità”, potente raffigurazione degli Stati Uniti e di New York all’epoca dell’edonismo reaganiano, mettendo in luce i deficit di moralità e la corruzione etica di una società dominata dai “Signori dell’universo” (Masters of Universe) rappresentati da uno spregiudicato finanziere che un piccolo incidente pone di fronte allo sgretolarsi del suo ruolo, travolto dallo scontro di classe e di etnie in un contesto distopico ma molto aderente alla realtà del periodo.
“L’ultimo turno” di Chris Pavone riflette, a distanza di tanti anni, il palinsesto di quel romanzo che ebbe un successo travolgente, ispirando anche un film diretto da Brian DePalma, ambientandolo nel presente periodo della contrastata e tempestosa presidenza di Donald Trump, il cui spirito divisivo e combattivo aleggia su ogni pagina.
“Forse non di proposito, forse Whit si era evoluto in modo involontario, vittima dei tempi, influenzato da un presidente che sguazzava nell’immoralità, che imbrogliava sulle tasse, imbrogliava negli affari, imbrogliava le mogli, imbrogliava in politica, imbrogliava la salute pubblica durante una pandemia e sie era persino vantato di tutti questi imbrogli, facendo della disonestà un tratto fondamentale della sua personalità: il tratto fondamentale. Se era accettabile che il presidente degli Stati Uniti si vantasse di una vita di violenze sessuali, era difficile immaginare quale comportamento fosse inaccettabile. Qual è la cosa peggiore di te? Fanne un vanto.”
I nuovi signori dell’universo non sono più i finanzieri, la cui ascesa e predominanza caratterizzò gli anni Ottanta, ma gli imprenditori nel campo della difesa e della sicurezza che macinano utili su utili facendo anche terrorismo psicologico sul clima di paura instillato con scientifica puntualità.
“Nessun luogo della città era sicuro, nessuno era immune dall’essere accoltellato, sparato, spinto sotto un treno. Se eri in giro in quel mondo urbano, eri a rischio. (…) I timori sulla criminalità erano esagerati? O sottovalutati? Le statistiche sembravano andare nella direzione opposta, ma i numeri erano facili da manipolare, i fatti non erano più quelli di una volta. Non esistevano più i fatti incontestabili.”
Sono diversi i personaggi che interagiscono in questo romanzo che procede verso un finale a sorpresa, dalle tinte noir e che ricorda anche le dinamiche upstairs/downstairs dei romanzi e serie televisive inglesi ma la vera protagonista è la classe agiata, già oggetto di un illuminante saggio di Thorstein Veblen e il suo simbolo più significativo, il famoso palazzo di Central Park Bohemia, situato in una località molto significativa.
“C’era molto di cui indignarsi in questo mondo e la Billionaires’ Row ne era una prova, razzismo istituzionale, brutalità della polizia, disuguaglianza di reddito e ostentazione di estrema ricchezza. Tutto questo, proprio lì”
“La Billionaires’ Row nacque, crebbe e prosperò. I finanzieri, i profittatori, i plutocrati e i cleptocrati si accaparrarono appartamenti per venti, cinquanta, cento milioni di dollari dove poi vivevano pochissimo. Quegli appartamenti erano più simili a caveau che a residenze. Uno era stato venduto per duecentoventi milioni di dollari, una cifra che equivaleva a spendere quasi mille dollari al giorno, ogni giorno, per seicento anni. Una cifra che dimostrava quanto fosse sbagliato il mondo.”
E’ questo il brodo di coltura, il contesto in cui si sviluppa una tragedia che dati i presupposti non poteva che finire nel modo in cui sie è conclusa, in un appartamento di seicentocinquanta metri quadrati posto all’undicesimo piano di un edificio che diventa un baluardo contro il mondo contemporaneo ma che poi non si dimostra così inviolabile come chi ci vive vorrebbe fosse e il crimine riesce a profanarlo con violenza.
“L’ultimo turno” è un noir che si legge con grande interesse e piacere perché racconta, romanzandola, la realtà attuale negli Stati Uniti perché, come asseriva Umberto Eco, citando Wittgenstein
“quello che non si può teorizzare, si deve narrare”
presentando tutti gli argomenti più discussi negli articoli dei quotidiani.
Un passaggio mi ha colpito particolarmente ed è, penso, la morale che Pavone ci consegna con questo suo noir che può essere considerato anche un pamphlet;
“Non aveva mai voluto essere uno dei cattivi. Non era pazzo, non era uno psicopatico, non era malvagio. Era avido, questo sì. Ma l’avidità non era forse il principio fondamentale del capitalismo? L’etica dominante in America? La gente parlava di resa dei conti, di giustizia sociale, di giustizia climatica, di giustizia mestruale, Cristo santo, Erano solo distrazioni. Qualsiasi giustizia era una forma o l’altra di giustizia economica.” (…)
L’avidità era lo sport nazionale, lo era sempre stata. E Whit ne era stato un campione.”
Chris Pavone non giudica i personaggi che popolano il suo noir, che agiscono secondo la loro indole e il loro carattere, mettendo in scena un universo narrativo che rispecchia perfettamente il mondo in cui viviamo, in antitesi sull’affermazione di Hegel che asseriva che ciò che è reale è razionale, mentre nel romanzo, e anche nel periodo che stiamo vivendo. ci accorgiamo la realtà è irrazionale.
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Chris Pavone
Cresciuto a Brooklyn, si è laureato alla Cornell University e ha lavorato per quasi vent’anni come ghostwriter e come editor. Insieme alla sua famiglia, è tornato recentemente a vivere a New York, dopo un breve periodo trascorso nella Città di Lussemburgo. È proprio nei caffè della piccola capitale europea che ha iniziato a scrivere “Gli infedeli” (Piemme, 2013), il suo primo romanzo, bestseller negli Stati Uniti.
Nel 2026 esce per Feltrinelli L’ultimo turno, considerato uno dei migliori gialli dell’anno per il New York Times.