Natale a Parigi




Irène Némirovsky


Sinossi. È la vigilia di Natale, e a Parigi la neve cade fitta imbiancando le strade. Ovunque fervono i preparativi per la festa: ghirlande di vischio e di agrifoglio, insegne colorate, vetrine colme di fiori e di confetti, straripanti di ostriche e champagne. I bambini aspettano, trepidanti, i doni da scartare sotto l’albero. Ma proprio in questa notte scintillante, la più attesa dell’anno, un ricco uomo d’affari e la mogliesi trovano a dover fare i conti con un matrimonio fallito, mentre le loro figlie più grandi, Marie-Laure e Claudine, sono pronte ad abbandonare per sempre la spensieratezza dell’infanzia.


Traduttore: Alessandro Mola

Editore: Garzanti

Genere: Narrativa

Pagine: 56  p., Brossura

Anno edizione: 2024

 Recensione

di

Sabrina De Bastiani


Scorci di Parigi, la vigilia di Natale. Un mucchio di abeti legati insieme sul lungosenna. Le insegne luminose dei negozi, le vetrine di Potin, di Potel et Chabot, strabordanti di tacchini di ostriche. Da Nicolas, piramidi di bottiglie di champagne. Il via vai delle automobili, degli autobus; i negozi di dolciumi, i fiorai, la frenesia febbrile delle commesse.

« Due chili di marrons glaces… Il cesto di orchidee, ecc.».  

Il  brusio delle conversazioni, un disco che gira rapidamente. Poi la strada. I bambini sbalorditi, trascinati dai genitori esausti, alcuni affettuosi e felici, altri ingrugniti, stufi. (…)

Il resto si perde nella calca. 

Altri bambini saltellano curiosi intorno ai pacchi infiocchettati che i genitori portano sottobraccio. Si sente un cinguettio gioioso. 

«Mamma, dimmi, cosa mi porterà Babbo Natale? ».

Una ragazzina a un’altra:

«Sono frottole, sai, Babbo Natale è come la cicogna, è sempre papà…».

Una coppia di innamorati che si tengono stretti e si baciano.

Poi passano, sempre rapidissime, fulminee, immagini di scaffali ricolmi di giocattoli, alberi di Natale decorati, scintillanti, che si muovono a tempo e ruotano su se stessi. Finalmente il rumore si smorza. I commessi dei negozi si affrettano, abbassano le saracinesche delle vetrine. Il fragore di Parigi si attenua, si allontana, si placa.

Nel racconto Natale, Irène Némirovsky scarta il pacchetto più scomodo. Quello delle illusioni borghesi, della bontà di stagione, dell’amore promesso e mai mantenuto. Niente lucine. Niente miracoli. Solo esseri umani messi a nudo nel momento in cui la società pretende che siano migliori di ciò che sono. 

E, come spesso accade, falliscono.

I protagonisti vivono  il Natale con un’attesa febbrile, non della festa, ma del riconoscimento. Di uno sguardo che dica “conti”, di una carezza che arrivi finalmente. Némirovsky è spietata e lucidissima nel raccontare questa fame d’amore che cresce nel silenzio delle case ben arredate, tra convenzioni rispettate e sentimenti sistematicamente ignorati. Qui il vero freddo non è quello dell’inverno, ma quello che passa tra marito e moglie, tra desiderio e realtà, tra ciò che si è e ciò che si deve essere.

La scrittura è un bisturi che affonda nella carne senza anestesia. 

Elegante, composta, eppure capace di incidere in profondità senza mai alzare la voce. 

Némirovsky non giudica, non consola, non predica.

Osserva. 

E nell’osservazione cinematografica lascia emergere una verità antica: il Natale, quando manca l’amore, può diventare un giorno qualunque, solo più crudele perché carico di aspettative.

C’è in questo racconto tutta la modernità dell’autrice, la  critica feroce ai ruoli imposti, alla donna relegata all’attesa, all’ipocrisia di una società che misura la felicità in gesti rituali e non in presenza reale. 

È un testo breve, ma densissimo, che lavora per sottrazione e colpisce per precisione. 

Come le cose vere.

Natale non è un racconto “natalizio”. 

È un racconto sull’amore mancato, sulla solitudine dentro le relazioni, sull’infanzia emotiva che sopravvive negli adulti. 

Si legge in poco tempo, ma rimane a lungo. Come certi silenzi a tavola. 

Come certi regali mai fatti. 

Come la sensazione, dolorosamente familiare, di aver sperato troppo.

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Irène Némirovsky


1903, Kiev (Ucraina). Scrittrice ucraina di religione ebraica. Irène Némirovsky, figlia di un ricco banchiere ebreo, fin da giovane venne allevata in modo da parlare fluentemente il francese. Della sua educazione si occupò infatti la tata Zezelle, di madrelingua francofona: la madre di Iréne, Anna Margoulis, non si interessava particolarmente alla formazione della figlia. Oltre al francese, la piccola imparerò il russo e l’inglese.
Ben presto purtroppo le leggi razziali cominciarono a mordere: la famiglia Némirovsky si trasferì prima a San Pietroburgo, poi in Finlandia, infine in Svezia.
Finchè, nel luglio del 1919 si stabilirono definitivamente in Francia, dopo un avventuroso viaggio in nave.
Sembrava che tutto fosse tornato come prima: la famiglia comprò una bella casa a Parigi (nel XVI arrondissement, il quartiere più chic); venne assunta una governante inglese per completare l’educazione di quella che era oramai divenuta una giovane donna; la madre continuava a non interessarsi della figlia. Irène sostenne l’esame di maturità a Parigi, e nel 1921 si iscrisse alla Sorbona, facoltà di Lettere, che concluse tre anni dopo.
In realtà la giovane conosceva oramai sette lingue, e nel 1921 pubblicò il suo primo testo (in francese) sul bisettimanale «Fantasio». Il primo romanzo Le Malentedu è di cinque anni dopo. Seguì la sua prima novella (L’Enfant génial), pubblicata nel 1927.
A 23 anni, nel Municipio prima e in Sinagoga poi, Irène Némirovsky sposò Micheal Epstein, giovane ingegnere russo con un futuro da banchiere. La famiglia, stabilitasi a Parigi, sarà ben presto allietata dall’arrivo di due figlie: Denise (1929) ed Élisabeth (1937). La vita sociale della scrittrice fu in quegli anni ruggente: nel 1929 divenne celebre per il suo romanzo David Golder, e il suo editore la introdusse bene nei salotti letterari francesi.
Del 1930 è Le bal (Il ballo), in cui viene descritto il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta attraverso la rivalità madre-figlia.
Dopo cinque anni la prima nota stonata: a Irène venne rifiutata la cittadinanza francese. Nel 1939 decise di convertirsi al cattolicesimo, ma poco cambiò. Da qui in avanti, la famiglia Epstein iniziò ad essere vittima delle leggi razziali del governo Vichy: a Micheal fu impedito di lavorare in banca e ad Iréne di pubblicare.
I coniugi avevano già mandato le figlie a Issy-l’Évêque per proteggerle, e le raggiunsero nel 1940. Dalla campagna francese, Irène continuò a scrivere ma, essendo per legge considerata un’ebrea, nessuna sua opera fu più pubblicata. Un’eccezione fu l’editore Horace de Carbuccia che, sfidando la censura, pubblicò le sue novelle fino al 1942.
Il 13 luglio 1942 la scrittrice fu arrestata dalla Guardia Nazionale francese, e due giorni dopo fu internata a Pithiviers, da cui mandò una lettera al marito. Nonostante i disperati tentativi di Micheal per farla liberare, il suo viaggio verso l’inferno proseguì per Auschwitz, dove venne uccisa il 17 agosto dello stesso anno. In seguito, anche lui fu arrestato con la sorella e deportato ad Auschwitz, dove incontrò la morte il 6 novembre 1942.
Denise ed Élisabeth si salvarono, finendo sotto la tutela di Albin Michel e Robert Esmenard (gli editori di Irène). Per anni Denise conservò i documenti che era riuscita a salvare in una valigia, senza mai aprirla. Molto tempo dopo, affrontando un dolore immenso, fece scattare il meccanismo d’apertura e la spalancò: dentro, un manoscritto incompiuto della madre, in inchiostro azzurro. Si trattava di Suite francese, o meglio, i primi due tomi di un’opera pensata in cinque volumi. Venne pubblicata in Francia solo nel 2004, contribuendo alla riscoperta di una grande scrittrice ingiustamente dimenticata. Inoltre, nel 1992, la figlia Élisabeth pubblicò una biografia della madre, intitolata Le Mirador.
Tra le opere di Irène Némirovsky, ricordiamo almeno Il ballo (1930), Come le mosche d’autunno (1931), Il vino della solitudine (1935), Due (1936), Il signore delle anime (1939), I cani e i lupi (1940), I doni della vita (1941) e Suite Francese (1942). In Italia la casa editrice di riferimento fino allo scadere dei diritti è stata Adelphi, che ha cominciato a pubblicare le sue opere nel 2005. Altre case editrici che hanno poi pubblicato i suoi libri sono state Garzanti, Rizzoli, Newton Compton.