Non è successo niente di grave




Michele Brambilla


Sinossi. Tutto inizia con una telefonata nella notte del 7 marzo 1980: «Alza le chiappe e vai a Besana Brianza, hanno ucciso una donna». Da quel momento, un giovane cronista, corrispondente del «Corriere d’Informazione», si trova catapultato in un’indagine che diventerà uno dei casi più avvincenti della cronaca nera italiana, fra bugie e verità scomode. La tragedia, avvenuta tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera del 1980, sconvolge la placida e ricca Brianza. Uno di quei delitti che, oggi, chiameremmo femminicidio: all’epoca era semplicemente un omicidio, in un mondo che ragionava quasi esclusivamente al maschile. Ma dietro quella morte violenta si nascondono segreti, passioni proibite e un mondo di voci sussurrate che fanno tremare le famiglie e scuotono le istituzioni. Ispirandosi alle sue esperienze di cronista in erba, Michele Brambilla scrive un noir raffinato che intreccia cronaca e memoria, restituendo il sapore autentico di un’Italia che non c’è più e di un mestiere fatto ancora di intuito e scarpe consumate.

Editore: Baldini e Castoldi

Collana: I lupi

Genere: Giallo italia

Pagine: 176

Anno edizione: 2025

 Recensione

di

Agnese Manzo


“Cosa resterà di questi anni Ottanta?” si domandava, nel corso di quel decennio, una canzone allora molto in voga, cogliendo profeticamente lo spirito di quell’epoca: un periodo di passaggio, di cui, in seguito, si sarebbe conservata scarsa memoria.

Quegli anni, poco noti a chi non li ha vissuti e liquidati in fretta anche dai testi di storia, avevano alle spalle il mito luminoso del boom economico, seguito troppo presto dal cupo incubo della stagione delle stragi e del terrorismo interno che aveva funestato gli anni Settanta.

Davanti, invece, vedevano profilarsi un futuro di incertezza, e i segni premonitori di un cambio di passo ancora di là da venire ma poco incoraggiante: gli scandali di Tangentopoli, la questione morale, il declino delle ideologie.

Ma tutto questo, nella primavera del 1980, è ancora lontano, e Brambilla ci accompagna in un’indagine su un delitto avvenuto nel cuore della Brianza che diventa subito occasione per un amarcord pieno di suggestione, che stimolerà la nostalgia di chi ricorda ancora quegli  anni e fornirà a chi invece non era ancora nato la possibilità di conoscerli un po’meglio.

Guidati da un giovane giornalista un po’ ingenuo, in cui è facile intravedere l’alter ego dell’autore, e dal suo collega-mentore Cremagnani, redattore de L’Unità e comunista convinto, ci si immerge in un percorso in cui si incontrano oggetti, situazioni, tipi umani ormai scomparsi: gettoni telefonici, i giornali quotidiani come principale fonte di informazione, la SIP, unico gestore telefonico, il fumo onnipresente delle sigarette Nazionali o Malboro, accese di continuo, di cui nemmeno si immaginava la dannosità, automobili di modelli che si fa fatica a ricordare, locali aperti tutta la notte in cui convivevano pessimo vino e strani incontri, e una promiscuità accomodante tra poliziotti e prostitute, giornalisti e ladri, informatori e nottambuli per caso.

La storia, che si sviluppa nella ricca e conformista provincia brianzola, potrebbe risultare adeguata anche se ambientata in una delle tante altre realtà italiane. Tra le righe trapela, senza retorica, una sensazione di disagio e di progressiva perdita di terreno sul piano morale.

Gli anni che seguiranno saranno caratterizzati dal tramonto di valori quale la solidarietà, e dall’affermarsi, di contro, di un’ottica opportunista e consumistica, votata solo al mito dei soldi facili: in questo senso, l’assassino può ben essere definito un precursore dei tempi che verranno.

In attesa che questo fosco futuro si concretizzi, intanto, i due amici-colleghi indagano, viaggiano, si confrontano, sempre in cerca dello scoop. Le loro giornate sono affollate da bevute nelle osterie di una volta e da incontri e infinite chiacchierate con gli inquirenti, i sedicenti testimoni, il parroco del paese.

L’autore ne dà un resoconto benevolo, con l’ironia lieve che si riserva a ciò che eravamo ieri, e l’inevitabile  malinconia per ciò che si è perduto e non potrà tornare mai più.

Una lettura che consiglio, soprattutto ai più giovani.

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Michela Brambilla


Michele Brambilla, nasce a Monza nel 1958. Si laurea in Storia alla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Milano, e diventa giornalista professionista nel 1984. Ha iniziato nel 1976 sul bisettimanale locale Il Cittadino, mentre nel 1978 è stato corrispondente dalla Brianza e dalla provincia di Milano per Il Giornale. Ha lavorato al Corriere della Sera a Milano, dal 1985 al 2002: al Corriere fu cronista, poi vicecapo cronista di Milano, quindi vice caporedattore della Cultura e del magazine Sette. Tra le numerose opere dell’autore si ricordano:  L’Eskimo in redazioneQuando le Brigate Rosse erano «sedicenti», Dieci anni di illusioni, Storia del Sessantotto, Gente che cerca. Interviste su DioGesù spiegato a mio figlio, Coraggio, il meglio è passato, I peggiori anni della nostra vita.