Silvia Napolitano
Sinossi. Zac è un adolescente schizofrenico, una creatura speciale, occhi blu, ipnotici, e capelli rossi: passa il suo tempo a chiacchierare con i bambini morti, i suoi unici amici. E quando il piccolo Danny gli chiede aiuto, Zac è pronto a dargli una mano: cinque anni prima Danny è annegato nella piscina della villa di famiglia, e il caso è stato archiviato come incidente. Ma lui non ci crede, non si dà pace. E vuole sapere chi l’ha ucciso. Zac si rivolge al suo psicoanalista, e anche al suo amico commissario Bruno Ligabue, ma è solo quando, inaspettatamente, emergerà un dettaglio rimasto nascosto per tutti quegli anni, che il caso viene riaperto e l’indagine affidata a Ligabue e alla PM Agostina Picariello. Un commissario e una PM – anche loro, come tutti gli esseri umani, alle prese con i propri fantasmi – che si ritroveranno a esplorare le ombre inquiete della grande famiglia di Danny. I suoi genitori, il fratello, lo zio e il nonno, già devastati dal lutto, saranno costretti a guardare dentro il proprio passato e a far affiorare segreti e colpe. Tra bugie, errori, amori difficili e spettri che non smettono di circolare tra i vivi, Bruno e Agostina scopriranno che la verità non basta a mettere ordine nelle esistenze degli uomini. Nemmeno nella loro. Man mano che l’indagine procede, anche nelle loro vite private affioreranno vecchie ferite, sorprese inaspettate e legami impensabili. Alla fine – come era già accaduto nel libro di esordio di Silvia Napolitano, Quel confine sottile – le cose cambieranno per tutti: ma sarà sempre il caso a governarle, a distribuire le carte e a giocare con le vite di ognuno.
Autore: Silvia Napolitano
Editore: Bollati & Boringhieri
Genere: Thriller
Pagine: 312
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Marco Lambertini
Tutta colpa di una lumaca, oltre a essere un giallo costruito con grande attenzione alla trama, è un romanzo sul dolore, sulla solitudine e sulla diversità. Silvia Napolitano torna a raccontare i personaggi di Quel confine sottile e lo fa senza limitarsi a riproporli: li fa evolvere, li mette davanti a nuove prove e soprattutto ai propri demoni.
Come nel precedente romanzo, è Zac a dare il via alla storia. Il ragazzo che sostiene di parlare con i morti racconta a Fabrizio, il suo psicanalista, e a Bruno Ligabue di aver incontrato Danny, un bambino morto cinque anni prima annegato nella piscina di casa. Ma Danny gli ha rivelato qualcosa di inquietante: non è stato un incidente, è stato ucciso.
È un inizio fulmineo che ci riporta immediatamente nel mondo narrativo di Napolitano. Ritroviamo Fabrizio, Aurora, la madre di Zac, Bruno, Brenda e Agostina Picariello. Nelle prime pagine l’autrice inserisce un paio di indagini apparentemente secondarie, che servono soprattutto a riannodare i fili con il romanzo precedente e a riportarci dentro le vite dei protagonisti. Poi, con la confessione del padre di Danny, che dopo cinque anni ammette di aver visto qualcosa e di averlo tenuto nascosto, l’indagine prende davvero corpo.
Quella che sembrava una morte accidentale e quasi casuale diventa progressivamente una storia complicata, dura, sporca e dolorosa. Un’indagine che Bruno e Agostina non riescono ad abbandonare anche quando sembra costruita su poco più di nulla, appesa a un filo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.
Ed è proprio l’indagine a diventare lo strumento attraverso cui i due protagonisti sono costretti a confrontarsi con il proprio passato.
La Picariello, così razionale, concreta e apparentemente impermeabile alle emozioni, si trova a fare i conti con qualcosa che sfugge alla ragione: il fantasma dello zio, con il quale ha avuto un rapporto complicato. Non è importante stabilire quanto ciò che vede appartenga alla realtà o alla sua mente; ciò che conta è che il passato riesce finalmente a entrare nella corazza di una donna che ha sempre cercato di affidarsi soltanto alla logica.
Anche Bruno continua a vivere con il proprio dolore.
“Era reduce da sogni confusi, scintillanti, e convulsi. Non ricordava nulla, se non una sensazione di benessere e di appagamento: in realtà, la vita onirica di Bruno era spesso assai più piacevole di quella reale”
La frase secondo cui la vita onirica di Bruno è spesso più piacevole di quella reale racconta in poche righe tutta la sua fragilità.
È questa, del resto, una delle caratteristiche più belle della scrittura di Silvia Napolitano. Una scrittura molto diretta, capace di essere facile senza essere semplice, che non cerca di impressionare il lettore ma lo avvolge e lo accompagna nella storia. Il ritmo sembra quasi quello di una danza: ci sono momenti più veloci e altri più lenti, l’indagine accelera e poi lascia spazio ai personaggi, alle loro emozioni, ai loro ricordi e alle loro inquietudini. Eppure la voglia di continuare a leggere non viene mai meno.
Napolitano possiede inoltre una notevole capacità nel creare personaggi. Non soltanto i protagonisti, ma anche quelli apparentemente laterali hanno corpo, voce e una vita propria. Non sembrano semplici comparse funzionali alla trama: ognuno porta con sé una storia, un carattere, una ferita. È proprio questa coralità a rendere il romanzo ancora più vivo e accattivante.
E alla fine mi sono trovato a pensare che anche l’indagine rispecchi perfettamente i suoi personaggi. È un’indagine dolente e solitaria, che procede senza la necessità di continui colpi di scena. Languisce, sembra a volte sul punto di spegnersi, ma sotto quella superficie tranquilla continua a bruciare qualcosa.
Le ceneri dei protagonisti continuano a bruciare.
Sono le ferite di Bruno, quelle di Agostina, quelle di Zac e di tutti gli altri personaggi che si intrecciano progressivamente alla storia. È una sorta di circolarità che unisce le loro vite e li rende ancora più vivi e reali. La ricerca della verità sulla morte di Danny diventa così anche un viaggio dentro ciò che ciascuno di loro ha cercato, in modi diversi, di lasciare alle proprie spalle.
E forse è proprio qui che Tutta colpa di una lumaca trova la sua forza maggiore: nel riuscire a far convivere il giallo con una dimensione profondamente umana senza che l’uno finisca per soffocare l’altra.
“I piccoli tagli della vita vengono inferti dagli eventi, non dalle parole. E loro, qualche taglietto, ce l’avevano.”
È difficile trovare una definizione migliore per Bruno, Agostina, Zac e per tutti gli altri. Perché nessuno arriva alla fine di questa storia senza essersi portato addosso qualche ferita in più, ma anche senza aver fatto un passo, piccolo o grande, verso la consapevolezza di ciò che è stato.
Tutta colpa di una lumaca conferma quindi le qualità di Quel confine sottile, ma le sviluppa attraverso un’indagine più dura e una maggiore profondità dei personaggi. Un giallo che procede senza rumore, quasi sottovoce, ma che lascia sotto la pelle qualcosa che continua a bruciare anche dopo aver voltato l’ultima pagina.
Un romanzo da legger con grande piacere, nel quale si ritrovano personaggi reali scoprendone nuove fragilità e nuove sfumature.
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Silvia Napolitano
è nata a Napoli, ha vissuto un po’ a Milano, molto a Bari, e moltissimo a Roma. Ora vive in campagna, a Riano. Ha sempre scritto per il cinema e la televisione: film, tv-movie, tantissime serie di successo. È stata nella giuria del Premio Solinas per vent’anni, e ora insegna Sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia. Tutta colpa di una lumaca è il suo secondo romanzo che vede protagonista il commissario Bruno Ligabue, dopo Quel confine sottile (2025).