di una famiglia poco perbene
Sinossi. Il delitto-suicidio dei coniugi Mozzi a Milano, pochi giorni prima delle elezioni politiche del maggio 1958 e pochi mesi dopo la legge Merlin che abolisce le case chiuse. Due pistole usate, di cui una scomparsa. E l’antichissimo anello del leggendario fondatore di Milano, il principe dei celti Belloveso, anch’esso sparito. Aiutato da esponenti di spicco della Chiesa milanese e da una misteriosa ragazza che rivendica diritti ereditari e spirituali sull’anello, il commissario Settembrini dovrà risolvere un caso dove le ombre che si allungano sulla città coprono un segreto che potrebbe cambiare il destino della nazione. Tra un ex mafioso italo-americano e un’associazione di nostalgici del Ventennio, tra professori coinvolti in traffici torbidi fin dalla guerra e attentatori pronti a devastare piazza Duomo, l’indagine di Settembrini lo porta a incrociare la pista delle pagine scomparse dei diari dell’amante del Duce e dell’enciclica di un Papa morto in circostanze dubbie, in un’inchiesta in cui quasi tutto sembra sbagliato fin dall’inizio.
Autore: Tita Prestini
Editore: Barta
Genere: Noir
Pagine: 320
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Daniele Cambiaso
Ricostruzione. Era un po’ un leit-motiv degli anni Cinquanta, dopo la chiusura dell’immane tragedia della Seconda guerra mondiale. In questo senso, il 1958 rappresenta un anno cardine: stava per iniziare il “boom economico”, si profilava un momento importante di crescita, per cui la scelta di questo momento storico non è certo stata assolutamente casuale.
Se è vero, infatti, che il noir è il genere che per eccellenza fruga nel profondo di mondi in crisi oppure in trasformazione, questo è stato indubbiamente un periodo di forte cambiamento, in cui prendeva forma un’Italia nuova, differente, con segni tangibili di un benessere sempre più diffuso senza, però, che le macerie morali e materiali dell’Italia uscita dilaniata dalla guerra fossero state ancora del tutto rimosse.
Il 1958, poi, aveva visto l’applicazione della legge Merlin, con la chiusura delle case di tolleranza vista come una moralizzazione necessaria e un atto di liberazione per le “ragazze perdute”, mentre la campagna elettorale in vista dell’imminente chiamata alle urne risultava particolarmente animosa, in un quadro di forte instabilità politica. Insomma, un anno magmatico per molti aspetti, nel quale la Milano tratteggiata da Prestini mostra un doppio volto, costantemente divisa tra un passato difficile da seppellire e un presente sfaccettato e ricco di contraddizioni, duro da definire.
Ottima materia per un noir, dicevamo, e l’autore è abilissimo nel cogliere tutte queste sfumature e addensarle in una trama tesa e appassionante, delineata con una scrittura accurata, essenziale e diretta, a tratti cinematografica. La sua penna sa creare un’atmosfera efficace, scandagliando gli ambienti più diversi, dai bar scalcinati in odore di ligèra ai salotti dell’alta borghesia nostalgica.
Addirittura, propone un interessante capovolgimento di prospettive facendoci muovere nei sotterranei di Milano, brulicanti di una vita sommersa, tra vecchi rifugi antiaerei, cripte, antiche gallerie, quasi a suggerire come il mondo patinato di sopra non sia altro che mera rappresentazione, mentre l’esistenza più autentica pulsa nel sottosuolo, invisibile ai più.
Bersaglio di questo notevole noir storico è, senza dubbio, l’ipocrisia: il delitto non fa che portare in emersione un caleidoscopio di corruzione e falsità, debiti di gioco, usurai e una matrioska di segreti difficili da decifrare per il nostro poliziotto, un personaggio chandleriano tormentato costantemente dal dubbio e dal peso di una vita che gli ha lasciato qualche cicatrice profonda.
“Crescendo non si diventa più maturi, ma solo più esperti negli addii.”
Tita Prestini gioca molto abilmente con il mistero, lo coagula attorno all’enigma dell’uccisione-suicidio, dove troppe pistole hanno sparato e qualcuna scompare. Aggiunge un ingrediente stuzzicante con il prezioso anello del re Belloveso, il leggendario fondatore di Medhelan, facendo intersecare tutto questo con trame eversive, pagine segrete dei diari di Claretta Petacci, pressioni da parte della Chiesa e interferenze della malavita.
Settembrini si muove, aiutato dal suo vice Filippo Gomez, nella convinzione che
“ogni indagine sia una specie di viaggio […] nella storia delle vittime, nella testa dell’assassino e, in fondo, anche nella mente dell’inquirente” e il percorso da compiere, in questo caso, risulta decisamente complesso e articolato.
Ma poi c’è lei, Ayleen, personaggio ricco di fascino e mistero, che aleggia per l’intera narrazione e giunge a scuotere la freddezza emotiva di Settembrini, imprimendo un segno decisivo anche nell’inchiesta.
“Ayleen gli capitava sempre addosso in quel modo, comparendo quasi dal nulla nei posti più impensati.”
E al lettore, di sorpresa in sorpresa, capita addosso un epilogo travolgente, per niente scontato, che chiude magistralmente la vicenda, lasciando in sospensione le domande più importanti, quelle che un buon noir deve saper suscitare nel lettore: quelle su noi stessi e sul significato profondo del nostro vivere.
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Tita Prestini
giornalista, si è occupato di editoria a Brescia e a Milano. Vive sul lago d’Iseo, scrivendo libri. Con Barta ha pubblicato, oltre a codesta, le prime tre indagini di Settembrini – La doppia morte della compagna Sangalli (2019), con cui ha vinto nel 2020 il premio MicroEditoria di qualità; L’uomo che voleva uccidere il diavolo (2021); Una breve estate lontano dalla polvere (2022) – nonché il romanzo breve La prima legge di Aguirre (2022), in cui ritorna uno dei protagonisti della seconda indagine di Settembrini.