NATHAN HILL

Sinossi. Se Wellness sia il canto del cigno dell’amore coniugale contemporaneo o il resoconto di due anime che, affiancate, attraversano la vita pienamente è da scoprirsi in questo affresco poderoso, ironico e tenero, e infine spietato di un’intera parte di mondo. Chicago 1993. Elizabeth e Jack sono arrivati nella grande metropoli a vent’anni, due origini molto diverse, ma lo stesso obiettivo di costruirsi una vita. La città è effervescente, in piena trasformazione, tante sono le spinte verso una nuova scena culturale. I due ragazzi vivono in due piccoli appartamenti in un quartiere bohémien, dove artisti e studenti infondono linfa giovane a una vecchia area industriale. Fin qui, non si conoscono. Ma le loro finestre affacciano sullo stesso vicolo e la sera, quando le luci si accendono, si accendono anche le loro vite intime: lei sfoglia pesanti manuali alla luce di una candela, accanto un bicchiere di vino, lui mescola colori e solventi, ispeziona negativi con la lente di ingrandimento. Elizabeth studia psicologia, Jack è fotografo. È inverno e si osservano. Una sera, a un concerto, Jack si fa coraggio e avvicina Elizabeth invitandola a bere qualcosa. Il periodo dell’università vissuto insieme è esaltante, ma a distanza di vent’anni, dopo il matrimonio, dopo un figlio, cosa resta? Oggi, i risparmi investiti nell’appartamento all’ultimo piano di un ex cantiere navale e i progetti di ristrutturazione rivelano i cedimenti dei loro sogni. Elizabeth, ad esempio, vorrebbe due camere da letto e due ingressi separati, mentre Jack non ne capisce il senso. Ecco il benessere ottenuto.
Traduttore: Alberto Cristofori
Editore: Rizzoli
Collana: Scala stranieri
Pagine: 736 p., Brossura
Anno edizione: 2024
Recensione
di
Sabrina De Bastiani
Da lì il nome vago e volutamente generico di Wellness, una parola con una certa flessibilità semantica (poteva significare davvero tutto ciò che volevano).
Non è stato un colpo di fulmine.
Ho dovuto fare i conti con una certa resistenza iniziale: Wellness è un romanzo vasto, stratificato, che sembra richiedere la stessa pazienza che i suoi personaggi faticano a concedere alla vita.
Ma è proprio questa la chiave e pagina dopo pagina, il libro non solo mi ha conquistata, mi ha avvolta.
Mi ha travolta.
E alla fine è stato amore pieno.
Destinato a restare.
I protagonisti Jack ed Elizabeth sono una coppia, certo, e sono anche molto di più: la radiografia di un’epoca, ecco l’inesorabile matematica di Facebook: qualsiasi cosa finisca su Facebook diventa Facebook, il laboratorio dove si testano illusioni e verità, «Prima era la Chiesa a dire agli artisti cosa fare, poi sono stati i ricchi. E oggi, a quanto pare, il compito è stato assunto dagli algoritmi.» Gli algoritmi erano un enigma, il loro codice un segreto, il modo in cui funzionavano un brevetto commerciale.
Il punto in cui la vita privata diventa specchio del mondo contemporaneo.
Ogni coppia ha una storia che racconta a se stessa, una storia che ronza sotterranea come una specie di motore, che la spinge a superare i problemi e ad affrontare il futuro.
Per Jack ed Elizabeth, quella storia parlava di un innamoramento a prima vista, di due sognatori che incontravano la loro metà, di due orfani che trovavano una casa, di due persone che si capivano – che semplicemente si prendevano – con facilità e immediatezza.
Ma cosa succede quando quel motore si inceppa? Quando l’innamoramento a prima vista diventa una memoria lontana, e ci si ritrova nel pieno della curva a u della felicità, con la mezza età come territorio di irrequietudine silenziosa?
«Non sono infelice» disse Elizabeth, accarezzandogli un braccio. «O, almeno, non sono eccessivamente infelice.»
«Eccessivamente. Cosa vuol dire?»
«Vuol dire che sono felice nella misura in cui mi aspetto di esserlo in questa fase della vita.»
«E quale fase sarebbe?»
«Quella in fondo alla curva a u.»
Sì, certo, la curva a u: ne aveva parlato molto, ultimamente.
Era un fenomeno ben noto tra alcuni economisti e psicologi comportamentali, in base al quale in generale la felicità, nel corso dell’esistenza, tendeva a seguire un andamento prevedibile: la gente era più felice da giovane e da vecchia, e meno felice nella mezza età.
Non una crisi, ma il panico di dover rendere conto a due padroni in competizione: la persona che si voleva essere e quella che si era davvero. La versione attraente di se stesso nel futuro e la versione più impacciata di se stesso del passato.È quasi intollerabilmente spaventoso essere bloccati tra questi due sé.
Ed è proprio qui che si apre la vera domanda del romanzo: l’amore è autentico, oppure è solo un placebo ben apparecchiato? «La chiave della strana e notevole efficacia del placebo era la convinzione. I soggetti dovevano credere alla storia che veniva loro raccontata.»
Nathan Hill ci porta dentro una possibile verità (?) scomoda: ciò che funziona, in amore come in medicina, è la narrazione che ci scegliamo.
E funziona solo finché ci crediamo.
«Vai dappertutto» disse Jack.
«Non proprio dappertutto, non ancora, ma ci sto lavorando.»
«Io vado solo alla finestra.»
Evelyn sorrise. «C’è un grande mondo oltre queste colline» disse. «Un giorno lo vedrai. Un giorno troverai il tuo posto.»
Chicago, il setting, è un protagonista vivo e sfaccettato, contaddittorio, chiassoso, silente, accogliente, respingente.
La città è rumorosa, sporca, pericolosa e cara, e lui la adora.
Adora in particolare il caos, il ruggito della soprelevata, i clacson dei tassisti impazienti, l’ululato delle sirene della polizia, il gemito del lago ghiacciato che preme contro le banchine di cemento.
E adora quelle sere in cui il caos cessa, la città si ammansisce e ammutolisce per una tempesta che fa cadere la neve più grossa e lenta che lui abbia mai visto, e le macchine sono seppellite accanto ai marciapiedi, e il cielo è una nebbia arancione per il riflesso dei lampioni, e ogni passo è salutato da un soddisfacente scricchiolio eluviale.
Adora la città di sera, soprattutto quando esce dall’Art Institute e guarda Michigan Avenue con il magnifico skyline in fondo, i palazzi che toccano le nubi nelle giornate molto coperte, le loro colossali facciate piatte punteggiate da centinaia di piccoli riquadri gialli dove l’attività cittadina si prolunga oltre l’orario di lavoro.
Una scrittura nitida e sontuosa, un autore che non teme le grandi domande e ci mette a nudo, davanti alla fragilità delle nostre certezze.
«La sicurezza era solo una narrazione che la mente creava per difendersi dal dolore di vivere. (…) Si poteva scegliere di essere sicuri o si poteva scegliere di essere vivi.
E l’unica cosa di cui era sicura lei era che tra noi e il mondo esistono un milione di narrazioni, e se non sappiamo quali sono vere, tanto vale provare quelle più umane, più generose, più belle, più amorevoli.
Un invito radicale, che arriva dritto al cuore, quello di Wellness: essere vivi significa accettare l’instabilità, la vulnerabilità, la possibilità di cadere.
Ecco come allora, torno al principio, non si tratti ‘solo’ della storia di Jack ed Elizabeth, ma di un’indagine sulla costruzione delle nostre illusioni, delle nostre narrazioni, legate da un filo che unisce l’arte alla scienza, l’amore al placebo, la fotografia alla memoria.
«Credi in quello che vuoi, mia cara, ma credici con delicatezza. Credici con consapevolezza. Credici con curiosità. Credici con umiltà. E non fidarti dell’arroganza della sicurezza.»
Wellness è un romanzo che entra a poco a poco e poi si apre il varco squarciando un velo dopo l’altro, come una musica che all’inizio pare distante e poi risuona dentro fino a non lasciarti più, a mezza via tra il nodo alla gola e la malinconia soffusa.
Non lo si legge soltanto.
Lo si vive, lo si discute, lo si porta dentro anche a libro chiuso, con la sensazione grata e struggente di aver attraversato pagine abitate, di averle abitate e di abitarle tuttora.
Sì, com’è sacro tutto questo. E come sembra empio separarsi alla fine. Com’è profano quando devono lasciare quella stanza, rivestirsi, salire su un autobus, con altre persone, andare all’università. Dopo due giorni di sesso, carezze e chiacchiere sotto calde coperte di lana, com’è blasfemo l’autobus. Lei si guarda intorno e vede tutte quelle persone irritate, tutte quelle persone che non sono raggianti come lei, e pensa: State sbagliando tutti.
Non solo un romanzo, dunque, ma un’esperienza, Wellness è uno di quei rari, davvero rari, libri che ti cambiano, in meglio.
Ti divorava l’anima e ti riempiva l’anima.
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Nathan Hill
è uno scrittore statunitense. Autore di racconti, nel 2016 esordisce con un romanzo – Il Nix edito da Rizzoli nel 2017 -, per il quale ha ricevuto apprezzamenti entusiastici. Tra i migliori libri dell’anno secondo i più importanti quotidiani americani (New York Times, The Washington Post, NPR, Slate e molti altri), vincitore dell’Art Seidenbaum Award del Los Angeles Times e destinato a una trasposizione tv, Il Nix è stato tradotto in più di 30 Paesi. Anche il secondo romanzo di Nathan, Wellness (Rizzoli 2024), è stato un bestseller del New York Times, scelto da Oprah Winfrey per il suo club del libro.