A tu per tu con l’autore
Ciao Paolo, ti ringrazio tantissimo per aver accettato di concedere quest’intervista a ThrillerNord.
Sergio Malfatti è un commissario di polizia, ex partigiano deluso dall’evoluzione della politica italiana nel dopoguerra che, dopo tante speranze nate dalla fine del fascismo, si ritrova tanti reduci della dittatura ancora in carica. Ti sei ispirato a qualche persona oppure è un personaggio completamente di fantasia?
Malfatti è un commissario di fantasia, ma è chiaro che rappresenta, in quanto ex partigiano, una generazione di persone che si era illusa di aver debellato il fascismo con la Resistenza. Ne rappresenta i valori, le speranze, ma anche le delusioni. E’ stato creato per essere nella Questura di Milano la notte in cui Pinelli fu gettato dalla finestra.
“La trappola” è ambientato in un periodo drammatico del Novecento italiano, con tante tensioni sociali e diverse interferenze estere, rappresentate con grande aderenza storica. Quali sono state le tue fonti privilegiate?
Le fonti sono state molte. Ovviamente tutta la letteratura precedente su questo periodo storico, anche se molti testi sono lacunosi, a volte perché molte informazioni al tempo non erano disponibili. Ho poi parlato con personaggi dell’epoca, legati a movimenti politici, stragi, e servizi segreti. Non posso ovviamente farne il nome.
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Il tuo romanzo si snoda secondo alcune trame narrative che si intersecano, tra le indagini del commissario Malfatti nella quotidianità di una Milano che cambia e dove si fanno larga le organizzazioni criminali a discapito della malavita locale, la ligera, e l’evoluzione della situazione politica che si avvia verso le tentazioni eversive. A tua parere qual è il punto di svolta del decennio che si era aperto con le speranze del “Boom” economico e che terminò con una vera esplosione, vero momento in cui l’Italia perse l’innocenza?
Il momento chiave per il primo volume del ciclo è il convegno delle forze di destra nel 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, poiché in questa occasione vengono tracciate le linee dell’intervento terrorista di stampo fascista che si attuerà negli anni successivi. Per quanto riguarda invece il secondo volume è l’apertura di Aldo Moro al PCI, da lui stesso definita “la strategia dell’attenzione”, che lo porterà ad essere avvertito dalle stesse forze di destra sia con le bombe di Milano del 25 aprile 1969, sia con la bomba di Piazza Fontana. Il sintagma “strategia dell’attenzione” venne poi ripreso dopo la strage del 12 dicembre 1969 dal settimanale inglese ‘The Observer’, che battezzò il periodo che si andava ad aprire “strategia della tensione”
Nel tuo romanzo metti in evidenza anche la realtà sociale di quel periodo con tanti riferimenti alle lotte degli operai che stentano ad arrivare a fine mese mentre le grandi aziende fanno grandi utili e influenzano le scelte politiche a loro vantaggio. Pensi che anche questo, gli scioperi e la vitalità del movimento operaio, abbia contribuito ad alimentare la reazione eversiva?
Senza dubbio. La destra era spaventata dai movimenti operai e dalle loro rivendicazioni. Temevano per la stabilità borghese e credettero opportuno intervenire in modo drastico. Non a caso, l’apertura di Moro al PCI terrorizzò l’Italia e i suoi alleati portando il paese sull’orlo di una guerra civile che però, dopo la bomba di Piazza Fontana, che a questo mirava, non prese il via.
In un passaggio che mi è piaciuto molto scrivi “In un anno dove la contestazione ha fatto terra bruciata della futilità degli anni Sessanta, l’anno del rifiuto, l’anno in cui è caduto il culto del padre, l’anno in cui sono state cancellate le tre “m” imposte dalla famiglia, mestiere, moglie e macchina, l’anno della solidarietà contro l’individualismo capitalista, l’anno della rivoluzione dei costumi contro la morale dei borghesi.”. In cosa ha fallito il movimento del Sessantotto e questo era solo uno scatto di protesta oppure c’erano spunti di riforma sociale e morale?
Certamente il Sessantotto fu un anno di proteste, anche molto vivaci, non solo in Italia. Altrettanto certamente presentava spunti di riforma sociale e morale, a favore di una società intellettualmente meno oppressiva. Più che dire che ha fallito, direi che il Sessantotto è stato fatto fallire da una forte opposizione politica italiana ed estera, leggasi Stati Uniti. I sessantottini non erano amati da nessuno, nemmeno dalla sinistra italiana, ovvero dal PCI, che non voleva nessuno più a sinistra di loro.
Il “Piano Solo”, tentativo di colpo di stato, organizzato dal presidente della Repubblica Antonio Segni per bloccare la politica di centro-sinistra ebbe un effetto di convincere forze occulte che la torsione antidemocratica si poteva tentare, con altri mezzi e con altri protagonisti?
Il “Piano Solo” risale al 1964 e fu l’abbozzo di una involuzione autoritaria del paese. Fu un’ispirazione per progetti successivi, anche perché dietro Saragat si nascosero sempre le mosse occulte della destra
Dalle informative che il Comandante, uomo dei servizi, manda al commissario Malfatti emerge la figura drammatica di Aldo Moro che, con tutti le sue manovre attendiste e spesso contraddittorie, ha voluto aprire all’opposizione con la sua “strategia dell’attenzione”. Visti tutti i nemici che si creò aveva ragiona Malfatti a presagire una sua sorte tragica?
Noi parliamo con il senno del poi, di chi sa che fine ha fatto Moro. Il mio lavoro è stato quello di anticipare il caso Moro di nove anni. Non scoppia con il rapimento del 1978, ma scoppia insieme alla bomba di Piazza Fontana. E’ questa la grande novità del mio romanzo storico. La bomba era un avvertimento per Moro, in quel momento a Parigi, dove si discuteva dell’espulsione della Grecia dalla comunità europea. La Grecia era sotto accusa per violazione dei diritti umani dopo il golpe militare fascista del 1967, e pur di evitare di essere espulsa, si ritirò autonomamente. Questo accadeva a mezzogiorno circa del 12 dicembre 1969. Alle 16.30 scoppia la bomba in Piazza Fontana. Il PC comprese che si trattava di un avvertimento, e gli uomini di Berlinguer, di cui faccio i nomi nel romanzo, gli consigliarono di cambiare il tragitto di ritorno per motivi di sicurezza.
“La trappola” presenta una teoria investigativa molto interessante sui mandanti della strage di Piazza Fontana, delineata anche da Pier Paolo Pasolini nel suo articolo “Ma cos’è questo golpe?” e poi corroborato anche dal fatto che in seguito l’Italia ebbe un atteggiamento molto diverso verso il regime greco. Come mai questa pista viene spesso nascosta e dimenticata?
La pista greca è sempre stata sottovalutata, pur avendo sotto gli occhi diversi documenti che testimoniano della partecipazione della Grecia all’attentato. Il mio parere è che gli storici, o presunti tali, non leggono con attenzione i documenti e le carte, e hanno sottovalutato dei carteggi tra Grecia e Italia di fondamentale importanza. La dimostrazione sta anche nel famoso ‘malore attivo’ di Pino Pinelli. Tutti parlano della sentenza del giudice D’Ambrosio che conterrebbe questa conclusione. In realtà non esiste nessuna sentenza che parli di malore attivo. Eppure tutti lo citano. Come mai? Perché nessuno legge le carte.
Hai mostrato tanta attenzione all’ambiente anarchico milanese, pubblicando anche delle lettere inedite di Pino Pinelli. Secondo te quando comincia a nascere la pista anarchica, creata per avere un comodo capro espiatorio, utile per diversi scopi? Con la fondazione del circolo anarchico ‘22 marzo”?
La pista anarchica è stata preparata ben prima dello scoppio della bomba, e ha richiesto molto tempo. Quella del circolo ‘22 Marzo’ è una storia molto complessa. Il primo circolo nasce nel 1968 come Circolo ‘XXII Marzo’, ed è un circolo fascista (per questo risulta molto strana la lettera inedita di Pino Pinelli del 1968 in cui dice di finanziare il Circolo XXII Marzo). Il secondo, Circolo ‘22 Marzo’, è il circolo anarchico del quale faceva parte Pietro Valpreda. Di entrambi i circoli faceva parte Mario Merlino, grande amico di Stefano delle Chiaie. Il circolo fu poi infiltrato, come tutti gli altri, dalla polizia. La pista anarchica comincia a nascere a Milano con tutta una serie di finti attentati attribuiti agli anarchici, di cui il commissario Malfatti dubita la paternità.
Ti ringrazio facendoti i complimenti per “La trappola” romanzo di grande impatto e di estremo interesse.
A cura di Salvatore Argiolas
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