Salvatore Niffoi
Editore: Adelphi
Genere: Narrativa
Pagine: 182
Anno edizione: 2025

Sinossi. «Me lo portarono a casa un mattino di luglio, spoiolato e smembrato a colpi di scure come un maiale … Lo stesi sul tavolo di granito del cortile, quello che usavamo per le feste grandi, e lo lavai col getto della pompa … Pthù! Maledetti siano quelli che gli hanno squarciato il petto per strappargli il cuore con le mani e prenderlo a calci come una palla di stracci!». Così, con questa visione di una «pietà» barbaricina, comincia il racconto di Mintonia Savuccu, un racconto che viene da lontano, scritto a caldo per non dimenticare e per attutire il dolore, e inviato dall’Argentina, all’approssimarsi della morte, alla nipote rimasta al paese. Sin dalla prima pagina il lettore si trova immerso in un mondo arcaico e feroce, quello della Barbagia fra le due guerre. È qui che Mintonia e Micheddu si conoscono e si amano con l’urgenza prepotente ed esclusiva che è propria degli amori infantili. E continueranno ad amarsi anche quando Micheddu dovrà darsi alla macchia, anche quando Mintonia, «femmina malasortata», dovrà vederlo solo di nascosto e passare ore di angoscia a pensarlo braccato. Perfino quando le diranno che Micheddu ha fatto un figlio con un’altra donna. Il giorno in cui glielo uccideranno a tradimento Mintonia deciderà di lasciare quel paese maledetto, di andarsene altrove. Prima, però, compirà la sua vendetta: la morte di Micheddu non può restare impunita.
Dopo La leggenda di Redenta Tiria – che è stato accolto con entusiasmo dai lettori italiani ed è in via di traduzione in quasi tutti i Paesi europei –, questo romanzo è un’altra prova, del tutto diversa e altrettanto intensa, dell’arte narrativa di Salvatore Niffoi.
Recensione
di
Barbara Aversa
“L’odore del passato la fece starnutire cinque volte, come se nel naso le fosse entrata la polvere del tempo. Chiuse gli occhi per evitare gli artigli del sole che graffiavano i vetri e, inseguendo le ombre filtrate dalle palpebre, andò con la memoria a caccia di ricordi.”
Una storia che è impossibile dimenticare.
Arriva nelle ossa, si sente il freddo, il gelo e poi il fuoco, che divampa feroce.
Il mondo che ci viene presentato è ricco di folklore, arcaico.
Siamo in Sardegna, in un borgo chiamato Taculè e siamo nella metà del Novecento.
Mintonia e Micheddu.
Può sembrare solo una storia di amore disperato ma no, non lo è.
Quando Micheddu venne ucciso il dolore non era placabile in alcun modo ma forse è più la vendetta a farsi spazio.
E i sentimenti si confondono, diventano lava incandescente, furia indomita. Mintonia è scalza. Le scarpe sono fondamentali per spostarsi, per essere terreni, per muoversi. Eppure è scalza perché ha scelto di esserlo. E di andare via. Anche senza supporti.
In una realtà dove le donne hanno uno status solo se inserite in un contesto prestabilito e accettato dalla società lei se ne va, scalza.
La narrazione è densa, sembra inglobare gli occhi e la mente completamente. Assorbe, dilaga, annebbia.
Il dialetto è un rafforzativo di ogni pensiero crudo che viene elaborato.
Mintonia prima di trasformarsi in una vedova scalza lo è stata bianca. Durante il periodo della “banditanza” si abitua a vivere in solitudine. Attende le ambasciate e i giorni scorrono lenti.
Micheddu si sentiva sempre nudo, anche quando era vestito. Si sentiva spiato da tutti e si fidava di pochi. E in realtà la storia ha dimostrato che faceva bene.
Ci viene offerto uno spaccato sardo selvatico e suggestivo, a tratti primitivo e avvincente.
A tratti barbarico.
Mintonia fugge in Argentina, anche se scalza. E credo che sia uno di quei libri che vengono amati pazzamente oppure abbandonati nell’arco di poche pagine. Perché il sardo può sembrare ostico – io l’ho adorato – e la storia è particolare, richiede attenzione. Non è un libro facile.
Ma io non ho mai amato le cose facili.
Mi sono ritrovata nei pensieri della nostra protagonista per decifrarli, ovviamente con la mentalità di una Millennial che vive nella nostra epoca, e mi sono arrabbiata, emozionata, ho provato rabbia e compassione.
Micheddu è un brigante, un avventuriero infedele, un rivoluzionario eppure lei non si arresta mai, non vacilla, non si pone interrogativi che io mi sarei posta. È caparbia ed implacabile. Inoltre Mintonia scava il suo nido a suo modo matriarcale, riesce ad emanciparsi per quanto possibile. È un omaggio ai personaggi forti che la letteratura sarda ci ha offerto.
È scalza si ma non arrendevole.
“Prima di innamorarmi di Micheddu, dividevo le persone in due categorie, quelle che hanno già visto il mare e quelle che, per loro disgrazia, non lo vedranno mai. Morire senza vedere il mare è una cosa molto triste, perché uno si immagina il mondo come un’immensa crosta impestata da verruche di calcare e granito, con alberi, cespugli e case e condimento. Sopra il mare, invece, non ci cresce niente, tutto va e torna come le barche. La vita nel mare è tutta sotto, nascosta a chi non sa vedere oltre il visibile. Le persone che hanno visto il mare si riconoscono dagli occhi”.
In una terra amata e odiata, la tristura accompagna le pagine, rimane solo odore di aspro e bruciato, la vendetta non lascia dolci frutti alle spalle ma solo desolazione.
E un anelato perdono.
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Salvatore Niffoi
Scrittore italiano (n. Orani, Nuoro, 1950). Dopo una lunga carriera come docente di scuola media nella cittadina natale, si è affermato alla fine degli anni Novanta come romanziere, la cui prosa vede la commistione tra italiano e sardo. Tra le opere: Collodoro (1997); Il viaggio degli inganni (1999); Cristolu (2001); La sesta ora (2003); La leggenda di Redenta Tiria (2005); La vedova scalza (2006, vincitore del premio Campiello); Ritorno a Baraule (2007); Il pane di Abele (2009); Il bastone dei miracoli (2010); Il lago dei sogni (2011); Pantumas (2012); La quinta stagione è l’inferno (2014); Il venditore di metafore (2017); Il cieco di Ortakos (2019); Le donne di Orolé (2020); Nate sotto una cattiva luna (2023).
A cura di Barbara Aversa
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