(Recensione di Laura Salvadori)


Autore: Bernard Minier

Traduttore: Sergio Arecco

Editore: La Nave di Teseo

Pagine: 333

Genere: giallo

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

SINOSSI.

È una notte di tempesta nel Mare del Nord. Scosso da venti furiosi, un elicottero lascia Kirsten Nigaard sulla pista di atterraggio di una piattaforma petrolifera. L’ispettrice norvegese è arrivata fin lì per indagare sull’omicidio di una donna che lavorava sulla base di estrazione offshore. La donna è stata ritrovata morta in una chiesa di Bergen, con in tasca un foglio con un messaggio dal testo secco e inequivocabile: “Kirsten Nigaard”. L’accoglienza del personale è tutt’altro che amichevole, ma Kirsten non si lascia intimidire. Un uomo manca all’appello e nella sua cabina l’ispettrice scopre una raccolta di foto tanto inquietante quanto importantissima per le indagini. Qualche giorno dopo, l’ispettrice è in Francia, nell’ufficio del comandante di polizia Martin Servaz, appena tornato al lavoro dopo essere sopravvissuto per miracolo a una pallottola che l’ha colpito in servizio. L’uomo scomparso dalla piattaforma è infatti Julian Hirtmann, il serial killer scaltro e inafferrabile che Martin Servaz insegue da anni. Ma c’è di più, in molti dei negativi che Kirsten ha portato via, compare proprio Servaz, pedinato, spiato, sorvegliato. Kirsten mostra a Servaz un’altra foto, quella di un bambino. Sul retro, ancora soltanto un nome, scritto nella stessa grafia del biglietto ritrovato nella tasca della donna assassinata a Bergen: “Gustav”. Per Kirsten e Martin, sarà solo l’inizio di un’avventura senza tregua e senza sconti, che li vedrà confrontarsi con il più temibile dei nemici: Julien Hirtmann.

 

 

RECENSIONE.

Ritornano, a breve distanza dal romanzo “Non spegnere la luce”, le avventure di Martin Servaz, poliziotto francese che si è conquistato un posto al sole anche oltralpe: scorbutico, solitario, un uomo forte che convive con le sue debolezze (nel penultimo romanzo appena citato si trova in congedo per curare una grave forma di depressione), colpito a più riprese nei suoi affetti più profondi, che tuttavia non demorde e lotta per la verità come un guerriero.

Servaz è un poliziotto fuori dalle righe, amante della poesia e della musica, sensibile e spesso ingenuo, che talvolta “consente alla menzogna di entrare nella sua vita sotto una falsa apparenza”.

Direi che è per queste sue caratteristiche che è così apprezzato; in ogni caso, queste sono le qualità che ai miei occhi lo rendono speciale: un uomo che ha visto l’orrore, che quotidianamente è costretto a confrontarsi con crudeltà, inganno e follia, ma che mantiene un cuore intatto e puro, che è capace di mettere tutto se stesso in un’indagine e che sa farsi intenerire da ogni minimo accenno di bellezza (se mai se ne può incontrare in un thriller).

Martin Servaz ha una sola ossessione, il serial Killer Julian Hirtmann. È lui che ha rapito la sua donna, Marianne, della quale Martin ha perso le tracce. Lui, che in passato lo ha sfidato nel modo più crudele, torna in questo romanzo a fronteggiarsi con Martin, ma inaspettatamente acquisterà una dimensione più umana. Hirtmann, che come Martin ama la musica di Mahler, condurrà quest’ultimo sulle tracce di un bambino, che porta proprio il nome di battesimo del grande musicista.

Il bambino racchiude in sé un enorme segreto, che getta Martin in uno stato di confusione. Come se non bastasse, il piccolo costituisce proprio un trait d’union tra Martin e il suo peggior nemico, che trasforma un rapporto di odio e di sfida estrema in qualcos’altro di non ben definito, che assomiglia a una forma di complicità.

Per questo, per la sua grande umanità, Servaz non cessa mai di stupire i suoi lettori. Tutto l’impianto narrativo, tutto l’intreccio del romanzo, seppure autorevoli esempi di talento narrativo, passano davvero in secondo piano se al poliziotto pedante e istintivo si aggiunge l’uomo con le sue debolezze e i suoi drammi.

Ecco che il libro si legge davvero in un soffio!

I continui rimandi agli episodi passati rinfrescano piacevoli memorie e si ha davvero l’impressione che la conoscenza di Martin Servaz si arricchisca di particolari, di sfumature del carattere, di comuni conoscenze che via via affiorano durante la lettura.

E con Martin anche noi lettori diventiamo indulgenti, appassionati e profondi. Chi non ha sentito l’esigenza di ascoltare Mahler, di conoscerlo meglio? E chi ha ceduto alla tentazione di leggersi tutti i precedenti romanzi per approfondire alcuni aspetti della vita del protagonista?

Ecco, se per voi lettori è o sarà così, allora significa che vi siete ammalati come me di una malattia piacevole da curare! Perché Martin Servaz ha un’anima e possiede la capacità sovrannaturale di uscire dalle pagine e di fingersi reale!

L’epilogo del romanzo è un quadro di intensa serenità, che si apre su un nuovo scenario della vita personale di Martin. Ecco che si intuisce che Bernard Minier non ha affatto intenzione di abbandonare la vita del suo fortunato protagonista, ne sono sicura!

Anche e soprattutto perché l’autore ha recensito inunciato all’occasione di far uscire di scena l’antagonista, il poliedrico e affabulatore Hirtmann. E dove c’è Hirtmann deve esserci per forza Servaz ad inseguirlo!

 

Bernard Minier su thrillernord

Bernard Minier è nato a Béziers e vive a Parigi. I suoi libri, tra cui “Il demone bianco” (vincitore del Festival Polar de Cognac) e “Nel cerchio”, ne hanno fatto uno dei maestri del thriller francese.

 



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