Il primo giorno della mia vita




Recensione di Mirella Facchetti


Autore: Paolo Genovese

Editore: Einaudi

Genere: Narrativa

Pagine: 312

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

SINOSSI. Un uomo, due donne e un ragazzino convinti di aver toccato il fondo incontrano un personaggio misterioso che gli regala sette giorni per scoprire come sarebbe il mondo senza di loro. E, se possibile, per innamorarsi ancora della vita.

– Io quando sto male faccio sempre un gioco, – dice Thomas. – Mi guardo intorno, osservo le persone, quel poliziotto per esempio, – e lo indica con il mento, – quella mamma, quel tassista, quella coppia, e penso che tra… ottanta, cento anni non ci saranno piú, non ci sarà nessuno di loro, ma proprio nessuno. Non ci sarà piú quel bambino con il palloncino di Daffy Duck, né quella donna che litiga al telefono con chi sa chi. Non ci sarai tu e non ci sarò io. Saremo tutti sostituiti da altrettante persone con altrettanti affanni, problemi, speranze, paure. E fra altri cent’anni da altri ancora. E probabilmente seduti su questi scalini ci saranno di nuovo una ragazza che piange e un ragazzo che dice stupidaggini. Pensa quanto siamo sostituibili. Gli occhi di Emily si sono asciugati come pozzanghere al sole. – Però siamo anche un po’ unici, – conclude lui, – perché la nostra storia non sarà mai uguale a quello di nessun altro.

 

 

 

RECENSIONE

Sono due i presupposti, le pietre miliari del romanzo Il primo giorno della mia vita:

In primo luogo, l’idea che l’amore (nelle sue molteplici accezioni e sfumature), l’amicizia, la ricerca della felicità ci possano salvare, possano salvare l’uomo dalla sua solitudine, dal buco nero nel quale, a volte, senza un motivo apparente, sprofonda.

Io non posso garantirvi che sarete felici. Un giorno sarete la lucina accesa, un giorno quella spenta, l’unica cosa davvero importante è che abbiate nostalgia della felicità. Solo così vi verrà voglia di cercarla.

E poi, la forza dei sentimenti.

I sentimenti non possono essere disinnescati: si propagano come un’onda inarrestabile.

Partendo da questi concetti, Paolo Genovese costruisce un romanzo dal forte impatto emotivo che non può lasciare indifferente il lettore.

Napoleon, motivatore – guru dei nostri tempi – in grado di trasmettere speranze al prossimo, ma incapace di curare il suo vuoto interiore.

Emily, ginnasta – eterna seconda – rinchiusa in se stessa dopo un infortunio che le ha sconvolto la vita.

Aretha, poliziotta che ha perso una figlia e, infine, Daniel… Non svelo nulla di lui… Vi dico solo che ritrovarlo nel quartetto è stato un colpo al cuore…

 

Quattro persone, la loro sofferenza e il desiderio di porvi fine con un gesto estremo. Quattro persone a cui vengono chiesti sette giorni di tempo per decidere se “confermare” la loro scelta.

Accanto a loro un uomo, un uomo misterioso, a cui si affidano e su cui ripongono le loro residue speranze.

Un uomo che non vuole perderli e che vuole far cambiare loro idea.

Questa è la tattica: metterli alla prova mostrando a ciascuno come continua il mondo senza di lui: portarli a dubitare, a dirsi: “Non so più cosa sia giusto e cosa no”.

E così, questa strampalata compagnia – che farà di un hotel la sua casa e inizierà a viaggiare per New York con una vecchia station wagon – vivrà momenti inaspettati: momenti dolorosi, ma anche attimi di felicità, quella felicità che deriva dalle piccole cose, quella che riempie e scalda.

Giorno dopo giorno, la sgangherata compagine si trasformerà in un gruppo. Un gruppo unito, legato da sentimenti profondi (cito un momento dall’impatto emotivo fortissimo: la partita di pallavolo in spiaggia, con Pluto in formazione. Brividi).

Come detto, i sentimenti una volta innescati si propagano come onde, ma saranno sufficienti a salvare tutti i componenti del gruppo?

Leggendo il libro “con la testa”, attivando cioè la parte propriamente razionale, non si possono non richiamare alla memoria i tanti libri/film, addirittura canzoni (Meraviglioso di Modugno, ad esempio) che hanno affrontato argomenti simili (lo stesso Genovese li cita e fa un esplicito riferimento anche a La vita è meravigliosa). Diciamo così: se dovessi dare un oscar alla sceneggiatura originale ecco… probabilmente, non lo darei a questo romanzo.

Però, se lascio parlare la mia parte emotiva, vi dico: leggete questo libro!

Leggetelo, perché vi trasmette tanto, perché dà forti emozioni, perché non lascia indifferenti.

Leggetelo perché tutti noi, a volte, abbiamo momenti no, e questo libro ci ricorda a cosa dobbiamo aggrapparci per superare questi attimi.

Leggetelo perché Genovese (che scrive benissimo) ci regala descrizioni, atmosfere, attimi e protagonisti meravigliosi.

Leggetelo perché è un libro prezioso.

Alcuni dicono che non esiste il brutto tempo, ma solo tipi di tempo diversi.

La pioggia è uno di questi.

C’è chi la ama, chi si sente protetto e chi adora sentirla sulle finestre. Per alcuni purifica l’anima, per altri ripulisce la mente. Per tanti stare sotto la pioggia è solo un modo per prendersi una polmonite.

 

 

 

Paolo Genovese


Paolo Genovese (Roma, 1966) è uno dei piú importanti registi italiani. Con Perfetti sconosciuti (2016) ha vinto il David di Donatello per il miglior film e la migliore sceneggiatura (quest’ultima premiata anche al Tribeca Film Festival). Ha poi scritto e diretto, tra gli altri, La banda dei Babbi Natale, Immaturi, Immaturi – Il viaggio, Una famiglia perfetta. Nel 2014 ha pubblicato con Mondadori Tutta colpa di Freud. Nel 2018 ha pubblicato con Einaudi Il primo giorno della mia vita.

 



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