Intervista a Carlo F. De Filippis




A tu per tu con l’autore

 

 

Dopo la serialità del commissario Vivacqua, Carlo F. De Filippis ritorna con un romanzo nuovo, raffinato, che sorprende e affascina per lo stile e per un protagonista che, come leggerete ne “Il dono”, non avrà pace e riposo neppure di notte. Il commissario Zac Argenti, dirigente della Mobile di Torino in convalescenza vi conquisterà e anche la sua Gina, la gatta rossa che lo cerca o lo allontana come “una ragazza indipendente”, e vi inoltrerete in una indagine introspettiva in cui lo stile elegante della scrittura di De Filippis si sposa con l’azione, il noir…e sssshhh, leggete “Il dono!

 

Dopo Vivacqua ecco Argenti, due commissari molto diversi per storie personali e professionali. C’è qualcosa che li accomuna?

Sono uniti da uno spiccato quanto personale senso della giustizia. Sono entrambi sanguigni, con caratteri forti,tuttavia agiscono in modo diverso. Argenti in questo episodio si trova costretto suo malgrado a giocare una partita allesterno dellorganizzazione, quasi come un investigatore privato e, chissà, forse se fosse ancora seduto alla poltroncina rovente di capo della mobile le somiglianze sarebbero più visibili.

 

La tua duttilità nella scrittura è straordinaria. Quanto ti sei divertito a scrivere “Il dono” misurandosti con tecniche narrative diverse da quelle precedenti?

Si vede che mi  sono divertito? Ammetto che se ve ne siete accorti mi fa piacere. Da qualche parte del mio modo di scrivere cè il desiderio fortissimo di divertire il lettore con originalità. E questo vuol dire mettere in moto la creatività e uscire, per quanto possibile, da percorsi già battutti. Quando scrivo di Vivacqua, trattandosi di un seriale si nota meno, questa volta con un protagonista nuovo è stato più semplice. Adesso però, quello che conta è il giudizio del lettore.

 

 

Nei tuoi romanzi la presenza di animali è una costante. Per Argenti hai scelto Gina. Perchè una gatta?

Ah, gli animali. Sono sempre stati una passione. Ho avuto sia cani che gatti. Li metto nei romanzi perchè mi divertono le famiglie, e più in generale le persone, che ne hanno almeno uno in casa. La famiglia Vivacqua ha preso dal canile un setter: Tommy, Zac Argenti si ritrova una gatta, rossa, che va da lui quando le pare. Passa dal cortile o dal terrazzo e sintrufola in casa come se fosse di sua proprietà. Ho scelto una gatta come ospite (si diceva special guestperchè somiglia al protagonista: è autonoma, indipendente, trasgressiva, un posnob, e soprattutto furba. Insomma ci voleva un gatto per sottolineare queste caratteristiche.

 

Tante le donne da Maya a Petra a Donatella a Bianca. Come affronti i personaggi femminili e quanto sono centrali ne “Il dono”?

I personaggi femminili inquesto romanzo sono il cemento che tiene in piedi lintera impalcatura narrativaAdesso non voglio sbrodolarmi con le solite piaggerie: le donne fondamento come nella vita reale; non ci fossero le donne non sarebbero possibili le vicende umane, eccetera eccetera. Ci sono nel romanzo e faccio il possibile per dar loro la voce più autentica che mi riesce. Spero che si noti.

 

Zac è un uomo spezzato, diviso in due vite quella passata e quella presente, indaga il male ma in fondo fa una ricerca su se stesso e i suoi mali dell’anima?

Zac é un uomo alla ricerca di se stesso, è vero. Il romanzo ha tra i propri temi quello della trasformazione del protagonista: è stato un uomo forte, stimato, responsabileautorevole per certi aspetti, ma il destino lo ha messo di fronte a una prova nellaquale, prima di immaginare un nuovo futuro, deve ritrovare se stesso. Non sarà facile, dovrà superare prove impegnative. Se ci pensiamo, a tutti noi sono capitati momenti della vita che hanno segnato una frattura tra il passato e il presentedunque parliamo di faccende delicate nelle quali è possibile vedere noi stessi allopera.

 

Ciò che appare e ciò che vogliamo vedere. Quanto è facile chiudere gli occhi?

Chiudere gli occhi, un altro elemento ricorrente nei miei romanzi. Per spiegare bene questo aspetto credo che sia necessario uno psicologo. Dal canto mio volevo mettere laccento sul fatto che abbiamo tutti bisogno di credere in qualcosa, di chiudere gli occhi e dire a noi stessi che le cose andranno bene, di vedere una via duscita anche nelle situazioni più difficili. Possiamo chiamarla Speranza, fiducia, ottimismo, non è importante il termine, almeno non quanto la necessità di chiudere gli occhi e sperare in un futuro migliore.

Carlo F. De Filippis

A cura di Cristina Marra 

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