I valori che contano




Recensione di Alberto Minnella


Autore: Diego De Silva

Editore: Einaudi

Genere: Narrativa

Pagine: 320

Anno di pubblicazione: 2020

 

 

 

 

 

Sinossi. Se non vi è mai successo di nascondere in casa una ragazza in mutande appena fuggita da una retata in un bordello al quarto piano del vostro palazzo, non siete il tipo di persona a cui capitano queste cose. Vincenzo Malinconico lo è. Dovrebbe sapere che corre un rischio bello serio, visto che è avvocato, e invece la fa entrare e poi racconta pure un sacco di balle al carabiniere che la inseguiva e va a bussargli alla porta. È cosí che inizia I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) , il romanzo in cui Malinconico – avvocato di gemito, più che di grido – oltre a patrocinare la fuggiasca in mutande (che poi scopriremo essere figlia del sindaco, con una serie di complicazioni piuttosto vertiginose), dovrà affrontare la malattia che lo travolgerà all’improvviso, obbligandolo a familiarizzare con medici e terapie e scatenandogli un’iperproduzione di filosofeggiamenti gratuiti – addirittura sensati, direbbe chi va a cena con lui – sul valore della pena di vivere. Un vortice di pensieri da cui uscirà, al solito, semi-guarito, semi-vincente e semi-felice, ricomponendo intorno a sé quell’assetto ordinariamente precario che fa di lui, con tutti i suoi difetti e le sue inettitudini, una persona che sa farsi voler bene, pur essendo (o forse proprio perché è) un uomo cosí cosí. Eccolo di nuovo tra noi, l’avvocato d’insuccesso piú amato dagli italiani, in compagnia di un nuovo esilarante socio, di una nuova riluttante fidanzata, e dei suoi soliti pensieri inconcludenti. Ed eccolo alle prese con una nuova causa che sembra già pronto a perdere. C’è una ragazza in mutande sul suo pianerottolo, assomiglia a Pippi Calzelunghe senza trecce, trema, gli chiede aiuto. Ma è una bomba a scoppio ritardato. Vincenzo Malinconico prende in mano quella bomba senza pensarci e se la porta dietro fino alla fine, anche quando la malattia irrompe nella sua vita storcendone l’andatura. Perché ai personaggi capita quello che capita alle persone. E quando diventano di famiglia, di libro in libro li vediamo innamorarsi, nascondersi, combattere, ridere, ammalarsi: vivere, in una parola.

 

Recensione

Malinconico è tornato fra noi e con lui sono arrivate tutte le sue fratture, gli inciampi e la vocazione all’insuccesso. Il suo ritorno è quello dei grandi antieroi borghesi:

«Uno dice: «Accogli». E va be’, figuriamoci. Solidarietà, prima di tutto. Empatia e umanità. Non scherziamo. Apri all’estraneo che bussa alla tua porta in cerca d’aiuto, non stare lí a domandarti chi è, cosa ha fatto, da chi fugge. Non badare all’età, al colore della pelle e neanche a quello delle mutande, specie se ha addosso solo quelle. Intanto, salvalo. Anzi, salvala. Esci da quel guscio piccolo-borghese che ti separa dal mondo reale dove la gente vera lotta per vivere. Liberati dalla paura di perdere i tuoi meschini privilegi. Di comprometterti. Per una volta, fa’ qualcosa di giusto, accidenti».

La storia si apre con la polizia che bussa alla sua porta. L’avvocato apre, lo sbirro sbircia dentro. Il lettore non lo sa, ma poco prima qualcun altro era già davanti all’uscio suo, nella speranza di entrare: una donna semivestita ha bussato alla porta di Malinconico. È scappata da una retata condotta dalla polizia in un appartamento losco, una sorta di casa appuntamenti sita nello stesso condominio di Malinconico, il quale non ha mai saputo che una cosa del genere potesse esistere proprio nel suo palazzo. La donna lo ha colto impreparato, ma Malinconico non ci ha pensato due volte e l’ha fatta entrare.

Malinconico è così, segue l’istinto, si rovina la vita senza particolare fatica.

La polizia, dicevamo, ha appena messo sottosopra la casa appuntamenti e adesso insegue la donna, ma l’avvocato si difende a suon di sarcasmo. Convince l’uomo di legge che sta cercando nel posto sbagliato e finisce per sfangarla.

Basta questo per presentare a chi non conosce l’opera seriale di De Silva, chi è Malinconico; in trenta righe, in una sublime prova di maestria, lo scrittore campano ha già delineato protagonista e trama.

Qualche pagina più avanti De Silva fa di più e tramite Malinconico mette in chiaro un patto con chi dall’altra parte della pagina sta leggendo: «Ecco, io sono uno che non ce la fa a dire che non ha potuto. E non perché sia una brava persona o un uomo di principio, ma perché non so vivere col rimorso. Ho un brutto rapporto con i rimorsi, io. I rimorsi e io, non ci sopportiamo proprio.»

La storia prende una piega imprevista. La donna, o meglio, la ragazza che Malinconico ha nascosto è la figlia del sindaco. L’avvocato non si sorprende. Al delirio e all’imprevisto è abituato. Soprattutto se quest’evento casuale non è che il coperchio dello scrigno di Pandora.

A sorprenderlo, invece, è la malattia che gli piomba giù fra capo e collo e lo stende. L’attesa dei risultati è straziante e l’abilità sopraffina con cui De Silva riesce a tenere in trazione la narrazione (perdonate l’allitterazione) è da applausi.

Ed è a questo punto, cercando il più possibile di non rivelare troppo della trama e di aumentare il focus sull’opera, che chi legge ha finalmente capito perché è stato scelto questo titolo per il romanzo e di quali valori l’autore scrive.

E proprio come cerco disperatamente di non svelare troppo (né di fare cenno ai valori che contano), allo stesso modo De Silva si è smarcato dalla banalità, fuggendo via il più lontano possibile dalla piega melensa che certe storie di narrativa riescono a prendere; le stesse storie che ci costringono, finito il romanzo, a mangiare broccoli bolliti e insalate miste senza sale né olio per settimane. Quest’ultimo episodio di Malinconico va, per fortuna, in direzione opposta e contraria.

Con un linguaggio affilato, diretto e irresistibilmente sarcastico, “I valori che contano” è un inno all’uomo qualunque, affogato negli impicci della quotidianità, nei grigiori della mediocrità.

Ma è anche una lama di luce nelle caverne dell’anima.

 

 

 

 

Diego De Silva


Diego De Silva: Scrittore, giornalista e sceneggiatore napoletano, Diego De Silva ha pubblicato diversi libri tra i quali il romanzo Certi bambini (Einaudi, 2001), premio selezione Campiello, da cui è stato tratto il film omonimo diretto dai fratelli Frazzi, con la sceneggiatura firmata a quattro mani con Marcello Fois. Sempre presso Einaudi sono usciti i romanzi La donna di scorta (2001), Voglio guardare (2002), Da un’altra carne (2004), Non avevo capito niente (2007, Premio Napoli, finalista al premio Strega) e la pièce Casa chiusa, pubblicata con i testi teatrali di Valeria Parrella e Antonio Pascale nel volume Tre terzi. Del 2010 un nuovo romanzo, Mia suocera beve, con protagonista Vincenzo Malinconico, già al centro di Non avevo capito niente. Del 2011 è Sono contrario alle emozioni. Del 2012 Mancarsi. Nel 2013 Arrangiati Malinconico. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Disertori, Crimini e Crimini italiani (2000, 2005 e 2008). I suoi libri sono tradotti in Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo e Grecia. Ha lavorato anche ad alcune sceneggiature televisive e ha scritto l’episodio Il covo di Teresa della serie tv Crimini. È uscita nel 2014 una raccolta di racconti gialli dal titolo Giochi criminali dove il suo testo Patrocinio gratuito appare accanto a quelli di De Giovanni, De Cataldo e Lucarelli. Nel 2020 esce per Einaudi I valori che contano (avrei preferito non scoprirli).

 

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