Il caso Kaufmann




Recensione di Sara Ammenti


Autore: Giovanni Grasso

Editore: Rizzoli

Genere: Narrativa

Pagine: 382

Anno di pubblicazione: 2019

 

 

 

 

 

 

Sinossi. A sconvolgere l’esistenza cupa e afflitta di Lehmann Kaufmann, nel dicembre del 1933, è una lettera. Kurt, il suo migliore amico, gli chiede di prendersi cura della figlia Irene e di aiutarla a stabilirsi a Norimberga. Kaufmann ha sessant’anni, è uno stimato commerciante ebreo, vedovo, e presidente della comunità ebraica di Norimberga – vittima, in quegli anni, della persecuzione nazista. Irene si presenta da subito come un raggio di sole a illuminare la vita di Leo. Ha vent’anni, è bella, determinata e tra i due si instaura un rapporto speciale fatto di stima, affetto, ma anche di desiderio. Però è ariana, e le leggi razziali stabiliscono che il popolo ebreo è nemico della Germania. L’odio, sapientemente fomentato dal governo nazista, entra pian piano nelle vite dei comuni cittadini e le stravolge. Diffidenza e ostilità prendono il posto di rispetto e stima. Gli sguardi si abbassano, i sorrisi si spengono. E quando anche la Giustizia, nelle mani dello spietato giudice Rothenberger, si trasforma in un mostro nazista, per l’onestà e la verità non ci sarà più scampo.

 

 

 

Recensione

Giovanni Grasso inizia a scrivere questo romanzo, come egli stesso dichiara nella postfazione del libro, nel 1999, quando si imbatte, quasi per caso, nella lettura del primo volume di Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, un’opera corposa interamente dedicata alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei ad opera della Germani nazista.

Nel libro, tra le altre vicende, c’è quella drammatica di un ricco commerciante ebreo, Lehmann Katzenberger, condannato a morte dal Tribunale speciale per aver commesso il reato di “inquinamento razziale”, previsto dalle leggi di Norimberga, intrattenendo una relazione sentimentale con una giovane donna ariana, Irene Seiler, figlia di un carissimo amico di famiglia.

La vicenda scuote l’animo dell’autore al punto da portarlo a Norimberga per approfondire la ricerca e costruire intorno ad essa il romanzo che sarà vincitore del Premio Cimitile 2019, Premio Biagio Agnes 2019, Premio Cortina d’Ampezzo per la narrativa 2019, Premio Capalbio per il romanzo storico 2019.

Nemmeno la scoperta che una giovane giornalista tedesca, Christiane Kohl, aveva già scovato la storia due anni prima di lui traendone un libro riesce a distogliere Grasso dalla sua intenzione di pubblicare Il caso Kaufmann.

Le premesse ci sono tutte, dunque, e la vicenda che traccia le linee di questa storia ha tutti gli ingredienti per farne un capolavoro: c’è il dramma sentimentale, l’abominio delle leggi razziali, la pena smisurata pagata ingiustamente dal povero commerciante e dalla sua adorata Irene, l’ingiustizia perpetrata ai danni di vittime senza speranza di salvezza

Eppure, a mio avviso, qualcosa in verità manca, qualcosa di impalpabile ma che in poche parole potrebbe definirsi come l’arte della narrazione, quella capacità innata e indescrivibile di trasformare una storia qualsiasi nella storia che ti senti addosso mentre leggi, che ti toglie il respiro, ti accelera i battiti del cuore, ti annoia e ti diverte, ti rallegra e ti fa piangere proprio mentre i protagonisti sono lì, tra le righe, ad aspettare che tu gli dia vita.

Così Il caso Kaufmann si spacca a metà, la prima parte, quella più debole, dove la storia di Leo e di Irene prende forma tra le mani di un narratore forse inesperto, che si approccia per la prima volta con la forma narrativa del romanzo, e la seconda, la più bella a mio avviso, dove entra in gioco la storia, la ricostruzione del processo, gli interrogatori e l’amara realtà della vicenda.

Molto forte, tra gli altri, il dialogo tra il giudice Rothenberger, che cambierà direzione al processo determinando la pena capitale di Kaufmann, e il suo giovane assistente Herbert:

Herbert, Herbert, tu mi deludi. Avresti ragione, il tuo ragionamento non farebbe una piega se ci trovassimo nella Repubblica di Weimar e non dentro una rivoluzione permanente, la rivoluzione nazionalsocialista. […] Con l’avvento del nazionalsocialismo, il crimine ha assunto una valenza sociale incomparabile con il passato: ogni criminale, prima di essere tale, è innanzitutto un traditore: traditore della Patria, della Rivoluzione, del suo popolo. […] Il compito a cui siamo chiamati non è quello di commisurare la pena al reato, quanto di estirpare le radici criminali dalla nostra comunità. Costi quel che costi.”

In questa seconda parte emerge tutta la capacità dello scrittore di documentare e rendere la storia funzionale alla narrazione, tratteggiando con estrema precisione il volto oscuro delle persecuzioni razziali, dell’antisemitismo, della maldicenza, degli anni bui della Germania nazista, con tutte le terribili conseguenze che ne conseguirono.

Notevole il capitolo conclusivo del romanzo, dove si leggono gli ultimi giorni del povero Leo Kaufmann, condannato ingiustamente alla pena capitale per un reato mai commesso e di cui non si ebbe mai prova alcuna.

La vita è un’ombra che passa. Ma è essa, almeno, come l’ombra di una torre, di un albero? Un’ombra che dura? No. È come l’ombra di un uccello. L’uccello passa veloce e non resta né lui né l’ombra.”

 

A cura di Sara Ammenti

instagram.com/sara.nei.libri

 

 

Giovanni Grasso


Giovanni Grasso, nato a Roma nel 1962, è giornalista parlamentare e saggista. Tra le sue pubblicazioni le biografie di Oscar Luigi Scalfaro e di Piersanti Mattarella e i Carteggi Sturzo-Rosselli  e Sturzo-Salvemini. È autore di numerosi documentari televisivi di carattere storico, trasmessi dalla Rai. Dal 2015 riveste l’incarico di consigliere del Presidente della Repubblica per la stampa e la comunicazione. Questo è il suo primo romanzo.

 

 

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