Real Stories. Il giallo di via Poma




A cura di Kate Ducci


 

Simonetta Cesaroni

 

 


Simonetta Cesaroni ( 5 novembre 1969 – 7 agosto 1990) viveva a Roma, in zona Palmiro Togliatti e, dal gennaio 1990, svolgeva la funzione di segretaria presso la Reli Sas, uno studio commerciale, che aveva tra i suoi clienti la A.I.A.G..Nei giorni antecedenti all’omicidio, venne incaricata di prestare lavoro come contabile presso gli uffici di via Poma. Trovandosi a svolgere l’incarico saltuariamente e da poco tempo, nemmeno la famiglia era a conoscenza dell’ubicazione dell’ufficio in cui la ragazza stava lavorando, così come nessuno, tranne la madre, era a conoscenza delle telefonate anonime che Simonetta riceveva sul posto di lavoro. Il pomeriggio del 7 agosto 1990, Simonetta si era recata in via Poma per sbrigare alcune pratiche; avrebbe poi dovuto chiamare Volponi verso le 18.20 per dirgli come procedeva il lavoro, ma quella telefonata non ebbe mai luogo. Alle 17.15, infatti, risale l’ultimo indizio che Simonetta fosse ancora viva, in quanto fece una telefonata di lavoro a Luigia Berrettini. I familiari, non vedendola tornare ed essendo Simonetta una ragazza molto puntuale, alle 21.30 decidono di cercarla. Accompagnati da Volponi, la sorella Paola e il di lei fidanzato, giungono presso gli uffici di via Poma, dove riescono a farsi aprire la porta dal portiere dello stabile solo alle 23.30. Trovano così il cadavere di Simonetta, uccisa con ventinove coltellate.

 

Autori: Massimo Lugli e Antonio del Greco

Editore: Newton Compton

Pagine: 288

Pubblicazione: 23 luglio 2020

 

 

 

Sinossi. Sono passati trent’anni da quando, durante un torrido agosto romano, in un ufficio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù venne ritrovato il corpo senza vita della giovanissima Simonetta Cesaroni, assassinata con ventinove pugnalate. Un giallo irrisolto e che, dopo tanto tempo, suscita ancora interesse, polemiche e dubbi. Massimo Lugli, ex inviato speciale di Repubblica che seguì le indagini e Antonio Del Greco, allora funzionario della squadra mobile che le diresse, ricostruiscono, in forma di romanzo e con nomi di fantasia, tutte le svolte di un’inchiesta difficile e piena di trabocchetti. Un mix di realtà e di immaginazione, come altri libri scritti in coppia dai due autori, che rivela particolari inediti, aspetti mai chiariti e mai resi noti e svolte impreviste dai due punti di vista: quello della stampa e quello della polizia. Il finale, di fantasia, è un colpo di scena che capovolge tutto e che, forse, avrebbe potuto essere possibile.

 

Recensione

Un thriller sicuramente difficile da scrivere, non solo perché basato su fatti realmente accaduti ma perché chi lo ha dovuto mettere su carta aveva partecipato attivamente alle indagini, ne aveva fatto una fedele cronaca, aveva sperato di arrivare a una verità che non è mai arrivata.

Succede così quando un fatto di cronaca ti coinvolge: la vittima non è più un numero, un persona qualunque, ma entra a poco a poco a fare parte della quotidianità di chi vuole garantirle una giustizia, di chi ha visto il dolore stravolgere la vita dei suoi familiari, di chi le voleva bene, di chi ha atteso invano di vederla rientrare a casa.

È complicato trasformare una storia vera in un romanzo, in particolar modo quando quella storia non parla di amore, di rinascita, di vita; bensì di morte, di crudeltà, di violenza: tutti elementi da trattare con cautela, con rispetto per chi non c’é più e per chi resta a dovere colmare vuoti incolmabili, che non sono solo l’assenza di chi non c’é più ma anche la mancanza di una verità e di una giustizia colpevoli di unire rabbia a dolore.

Gli autori hanno saputo svolgere questo lavoro egregiamente, difendendo la dignità di Simonetta, dipingendone con rispetto pregi e debolezze, perché nessuno è perfetto, nemmeno se a strapparlo alla vita è una morte atroce, ma tutti siamo umani, imperfetti e perfetti al tempo stesso proprio per questa ragione.

Simonetta era innamorata, ma non ricambiata, Simonetta era giovanissima e aveva una vita davanti per rendersi conto che le prime scottature amorose lasciano il segno, aiutano a crescere, sono un trampolino di lancio per esperienze più gratificanti, per una maggiore conoscenza di noi stessi.

Tutto serve, tutto aiuta a diventare adulti, se la vita ti dà il tempo che ti  spetta per capirlo e quell’occasione a Simonetta è stata tolta. La delicatezza con cui gli autori, nel rispetto puntiglioso della cronaca, sono riusciti a raccontare la sua storia, rende la lettura appassionante quanto dolorosa, ti fa quasi sentire un impiccione, mentre metti il naso nel diario segreto di una ragazza che, se avesse potuto portare avanti la propria esistenza, mai avrebbe voluto concedere a centinaia di sconosciuti tale opportunità.

Eppure, è giusto che ciò avvenga, perché Simonetta non c’è più ma ha tutto il diritto di imporci il suo ricordo, di farci sapere che c’era e aveva il diritto di esserci tutt’ora e che finché non avrà giustizia continuerà a morire ogni giorno.

La conclusione del romanzo, è frutto della fantasia di chi scrive, ma forse, al tempo stesso, tratteggia un’ipotesi da non escludersi, avvince e spinge a riflettere che i fatti, finché non prendono connotati incontestabili, possono avere milioni di versioni, sfumature, e che non dovremmo mai stancarci di andare a caccia della verità. Simonetta, e con lei le centinaia di vittime che ancora attendono, ne ha diritto, in misero cambio di quella vita che aveva appena avuto il tempo di impartirle le prime lezioni.

 



Real Stories

Dalle indagini immediatamente successive al ritrovamento del cadavere emerge come, dopo le 17.30, ultimo contatto di Simonetta secondo le ricostruzioni degli inquirenti, ci sia con ogni probabilità negli uffici un uomo, dal quale Simonetta fugge, dalla stanza a destra dove lavora fino a quella opposta a sinistra, dove verrà ritrovata. Qui viene immobilizzata a terra: qualcuno si mette in ginocchio sopra di lei e le preme i fianchi con le ginocchia con tanta forza da lasciarle degli ematomi. La colpisce provocandole un trauma cranico che la fa svenire; poi, l’assassino prende un tagliacarte e inizia a pugnalarla per ventinove volte. Sei sono i colpi inferti al viso, all’altezza del sopracciglio destro, nell’occhio destro e poi nell’occhio sinistro; otto lungo tutto il corpo, sul seno e sul ventre; quattordici dal basso ventre al pube, ai lati dei genitali, sopra e sotto.

 

Alcuni abiti di Simonetta (fuseaux sportivi blu, la giacca e gli slip) vengono portati via assieme a molti effetti personali che non saranno mai ritrovati, tra cui gli orecchini d’oro, un anello d’oro, un bracciale d’oro e un girocollo d’oro, mentre l’orologio le viene lasciato al polso. Lei viene lasciata nuda, con il reggiseno allacciato, ma calato verso il basso, con il seno scoperto, il top appoggiato sul ventre a coprire le ferite più gravi, quelle mortali. Porta addosso ancora i calzini bianchi corti, mentre le scarpe da ginnastica sono riposte ordinatamente vicino alla porta. Le chiavi dell’ufficio, che aveva nella borsa, vengono portate via. Simonetta Cesaroni è stata sepolta nel cimitero comunale di Genzano di Roma.

 

 

 

Le prime indagini

La mattina dell’8 agosto 1990 la polizia sveglia tutti gli occupanti dello stabile di via Poma 2. Vengono interrogati i portieri, il caso punta verso una soluzione semplice. I quattro portieri, assieme ai loro famigliari, sostengono di essere rimasti attorno alla vasca del cortile per tutto il pomeriggio del 7 agosto, dalle 16.00 alle 20.00. Stando a ciò che dicono, l’assassino non può essere entrato nella scala B senza essere stato visto. I poliziotti setacciano l’intero palazzo alla ricerca degli indumenti che mancano a Simonetta, ma non trovano niente. Gli investigatori ricostruiscono i fatti e, dalle testimonianze, si deduce che Simonetta fosse sola il 7 agosto 1990. La sorella l’ha lasciata alla metropolitana, lei è andata in ufficio come programmato, nessuno è stato visto entrare nella scala B e l’ultimo contatto risale alle 17.35 per la telefonata di lavoro.

Da ciò che gli psicologi della polizia hanno constatato sulla scena del delitto, l’assassino presumibilmente avrebbe tentato di violentarla, ma all’atto non è riuscito ad avere un’erezione e in questo status di frustrazione ha sfogato con colpi violenti la sua ira. Resosi conto dell’accaduto, ha tentato di pulire tutto, riordinare l’ufficio e far sparire il corpo, ma qualcosa o qualcuno lo hanno interrotto.

 

 

Le indagini hanno portato all’identificazione di alcuni sospettati:

 

Pietrino Vanacore

Dalle testimonianze raccolte dalla polizia, Pietrino Vanacore, uno dei portieri, non si trovava con gli altri nel cortile, nell’orario che andava dalle 17.30 alle 18.30, cioè l’orario in cui Simonetta era stata uccisa. Viene rinvenuto inoltre uno scontrino sospetto: Vanacore ha comprato dal ferramenta, alle 17.25 un frullino. È testimoniato che alle 22.30 Vanacore si è diretto a casa dell’anziano architetto Cesare Valle, che si trova più su dell’ufficio incriminato, per fornirgli assistenza. Cesare Valle però dichiara che il portiere è arrivato a casa sua alle 23.00. Questa mezz’ora di intervallo tra le due testimonianze porta gli investigatori a sospettare del portiere cinquantottenne. In un paio di suoi calzoni vengono rinvenute delle macchie di sangue. Nella scala B il pomeriggio del 7 agosto 1990 ci sono solo due persone, Cesare Valle e Simonetta Cesaroni. Nessun estraneo è stato visto entrare. Vanacore, il portiere dello stabile B, si assenta dalle 17.30 alle 18.30, orario dell’omicidio. Questa per gli inquirenti è la soluzione del caso.

Vanacore venne fermato dalla polizia il 10 agosto: passa 26 giorni in carcere, poi il suo avvocato convincerà i giudici a farlo uscire, nonostante i sospetti che gravarono su di lui prima come possibile responsabile del delitto e poi come favoreggiatore o testimone muto del delitto. A un esame approfondito, le tracce di sangue sui pantaloni risultano essere dello stesso Vanacore, che soffre di emorroidi. Inoltre, viene sostenuta la tesi che chiunque abbia pulito il sangue di Simonetta si sia sporcato gli abiti dello stesso. E poiché Vanacore ha indossato gli stessi abiti per tre giorni di fila – dal 6 agosto all’8 agosto 1990 – ed essi sono esenti del sangue di Simonetta, allora non può essere stato lui. Le circostanze assai sospette lo fanno rimanere comunque l’obiettivo numero uno della polizia, ma gli accertamenti sul DNA del sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove è stato rinvenuto il corpo, scagioneranno ulteriormente Vanacore. Il 26 aprile 1991, le accuse contro lui e altre cinque persone vennero archiviate. Nel 1995 la Cassazione confermò la decisione della Corte d’appello di non rinviarlo a giudizio con l’accusa di favoreggiamento.

Una seconda indagine su di lui, nell’ambito delle indagini su Raniero Busco, venne archiviata nel 2009. Gli inquirenti avevano supposto che qualcuno poteva essersi introdotto nell’appartamento del delitto dopo l’omicidio e dopo la fuga dell’assassino, inquinando inconsapevolmente la scena del crimine. I magistrati avevano aperto quindi un fascicolo su Vanacore e, il 20 ottobre 2008, avevano disposto una perquisizione domiciliare che poi non aveva portato a nessun risultato. A 20 anni di distanza dal delitto, il 9 marzo 2010, Vanacore si suicidò gettandosi in mare, vicino a Torricella, dove viveva da anni. Vanacore lasciò una scritta su un cartello: “20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”. Il 12 marzo 2010 avrebbe dovuto deporre all’udienza del processo per l’omicidio della ragazza a carico di Raniero Busco. L’8 marzo 2011 l’inchiesta sul suicidio venne archiviata stabilendo che Vanacore si uccise di sua spontanea volontà perché non sopportava più l’invadenza del caso di via Poma nella sua vita privata.

 

 

 

Raniero Busco

Nel giugno del 2004, i carabinieri del RIS di Parma vengono inviati dal pm Roberto Cavallone nel lavatoio condominiale della scala B di via Poma. Vengono individuate tracce dalle cui analisi si accerta che non è sangue e non si tratta di tracce collegate al delitto Cesaroni. A febbraio 2005 viene prelevato il DNA a 30 persone sospettate del delitto, tra cui anche Raniero Busco, fidanzato di Simonetta ai tempi del delitto. I DNA vengono messi a confronto con la traccia biologica repertata dal corpetto e dal reggiseno di Simonetta Cesaroni. Un anno e mezzo dopo, nel settembre 2006, vengono sottoposti ad analisi il fermacapelli, l’orologio, l’ombrello, l’agenda, i calzini, il corpetto, il reggiseno e la borsa di Simonetta Cesaroni; in aggiunta il quadro e il tavolo della stanza in cui avvenne il delitto; più ancora un vetro dell’ascensore della scala B, trovato sporco di sangue nel 1990. Il corpetto e il reggiseno della Cesaroni daranno un risultato utile: un DNA di sesso maschile, rinvenuto su entrambi in tracce forse di saliva (non fu possibile stabilire con esattezza il tipo di liquido biologico).

A gennaio 2007, su 30 sospettati, 29 soggetti vengono scartati alla prova del DNA. Le tracce di saliva trovate sul corpetto e il reggiseno di Simonetta Cesaroni (che lei indossava quando fu uccisa) corrispondono solo al DNA di Raniero Busco; la polizia scientifica ha prelevato per sicurezza due volte il suo DNA e per due volte lo ha analizzato e confrontato: il DNA di Busco è emerso per 6 volte su entrambi gli indumenti. Raniero Busco diviene ufficialmente un indiziato per il delitto di via Poma. Nel settembre dello stesso anno, viene iscritto nel registro degli indagati per il delitto di via Poma, con l’ipotesi di reato di omicidio volontario, divenendo formalmente un indagato.

Nella primavera 2008, Paola Cesaroni (la sorella di Simonetta) dichiara ai Pubblici Ministeri Roberto Cavallone e Ilaria Calò che Simonetta aveva indossato indumenti intimi puliti il giorno in cui fu uccisa. La polizia scientifica sottopone poi ad analisi una traccia di sangue trovata sulla porta della stanza in cui Simonetta fu uccisa. Si tratta di una commistione: la traccia contiene il sangue di Simonetta e quello (cui si è mischiato) di un soggetto di sesso maschile, dunque l’assassino. La componente maggioritaria però riguarda il sangue di Simonetta: la traccia organica riferita all’assassino occupa un profilo minoritario. Nella traccia di sangue analizzata dalla scientifica vengono isolati 8 alleli che coincidono con il DNA di Raniero Busco misto a quello di Simonetta Cesaroni (per 8 volte, dunque, emerge un profilo biologico che in modo compatibile coincide con il corredo genetico di Busco misto a quello di Simonetta). Gli 8 alleli sono stati confrontati anche con i DNA degli altri 29 sospettati dell’inchiesta: sono risultati incompatibili con tutti gli altri 29 DNA. Nel processo di primo grado concluso nel 2011, Busco venne condannato; nel processo di appello concluso nel 2012 venne assolto e la sentenza venne confermata dalla cassazione nel 2014., uno dei membri che aveva il compito di difenderlo in tribunale, scrisse che “era la precisa definizione del male”.

 

 

Le piste alternative

La pista del Videotel e i presunti segreti dell’AIAG

Poche settimane dopo il proscioglimento definitivo di Pietrino Vanacore e Federico Valle, avvenuto il 30 gennaio 1995, arriva in Procura, a Roma, una lettera anonima, che suggerisce di indagare sulla pista del Videotel: una chat line alla quale si poteva accedere con il computer all’inizio degli anni novanta, attraverso un servizio simile all’odierno Internet. La pista, battuta per alcuni anni dagli inquirenti, suggeriva l’ipotesi che Simonetta avesse fatto uso del computer dell’ufficio di via Poma per entrare in contatto, attraverso la rete, con altri utenti. Così, casualmente, poteva aver conosciuto il suo assassino, al quale lei aveva dato un appuntamento per quel pomeriggio del 7 agosto 1990.

C’è chi dice anche di aver riconosciuto Simonetta in una interlocutrice del Videotel che si firmava con il soprannome Veronica. Altra testimonianza afferma di un utente del Videotel che si firmava Dead (come la frase trovata scritta sul foglio accanto al computer di via Poma) e che, entrando in rete dopo il 7 agosto, affermò di aver ucciso la Cesaroni, rivelandolo a tutti gli utenti. Ma la pista si è scoperto essere infondata: il computer da lavoro di Simonetta era solo di videoscrittura (non c’era la possibilità di accedere a servizi Videotel) e Simonetta, a casa sua, non disponeva di un computer.

Prima della svolta investigativa ultima, quella del giugno 2004, sono emersi anche alcuni fatti misteriosi collegati alla sede AIAG di via Poma, presieduta all’epoca dall’Avvocato Francesco Caracciolo Di Sarno. Sono girate notizie in base alle quali l’ufficio di via Poma sarebbe stato un luogo di copertura per alcune attività dei servizi segreti italiani. Dettagli collegati al fatto che Roland Voller, il commerciante austriaco informatore della polizia, che accusò falsamente del delitto Federico Valle, risultò essere un personaggio con probabili collegamenti anche in ambienti di servizi segreti (fu trovato in possesso anche di alcuni documenti riservati sul delitto dell’Olgiata, avvenuto vicino a Roma nel luglio del 1991). Questi misteri non hanno trovato tuttavia nessun legame e nessun riscontro con i fatti del delitto Cesaroni.

Secondo un’altra ipotesi investigativa, invece, il delitto si legherebbe a presunte operazioni illecite che, nel corso dei primi anni Novanta, sarebbero state compiute da alcuni soggetti appartenenti ai servizi segreti nell’ambito della cooperazione allo sviluppo e in particolare in Somalia: Simonetta Cesaroni, incaricata di stipulare contratti per conto di alcune società al di fuori della sua normale professione, sarebbe stata a conoscenza di queste attività illecite. Tale ricostruzione, inoltre, riconnette l’omicidio della ragazza al delitto di Mario Ferraro, colonnello del Sismi che, il 16 luglio 1995, fu ritrovato impiccato all’interno della propria abitazione.

I presunti intrecci con la Banda della Magliana ed i servizi segreti

Tra le piste alternative seguite subito dopo l’omicidio vi è anche quella di un omicidio voluto della Banda della Magliana ed effettuato materialmente dai servizi segreti italiani con la complicità del Vaticano. Si dice infatti che Simonetta Cesaroni avesse scoperto quasi per caso negli archivi della stessa A.I.A.G. degli importantissimi e segretissimi documenti che testimoniavano dei presunti favori fatti dalla stessa A.I.A.G. e altri enti edili a favore della Banda della Magliana con il benestare del Vaticano, territorio in cui vi erano alcuni edifici “prestati” alla banda, con la complicità dei servizi segreti. La pista in un primo momento sembrava la più “veritiera” soprattutto quando alcuni testimoni dissero di aver notato poco dopo l’omicidio 3 personaggi (mai identificati) esattamente sotto la palazzina della Cesaroni che per il loro modo di fare e per il loro abbigliamento potevano essere membri dei servizi segreti. Infatti pochissimo tempo prima vennero scoperti i legami tra la Banda della Magliana e i servizi segreti dove fu rilevato come ormai avessero dei forti rapporti con la stessa banda.

Questa pista successivamente venne gradualmente abbandonata in quanto le indagini non portarono a nulla di provato e questi eventuali documenti trovati dalla Cesaroni non sono stati mai trovati. In aggiunta questi eventuali edifici utilizzati dalla Banda della Magliana in territorio Vaticano non sono mai stati rintracciati e identificati. Altre ipotesi per avvalorare la nullità della pista sono un’incongruenza di date tra il declino definitivo della Banda della Magliana che viene fatto coincidere con l’omicidio di Enrico De Pedis avvenuto il 2 febbraio 1990 e la data dell’omicidio di Simonetta Cesaroni avvenuto il 7 agosto 1990. Più precisamente, si crede che ormai la banda non avesse più potere influente sui servizi segreti rendendo impossibile una commissione per un omicidio.

 

 Il palazzo di Via Poma

Processi

Nell’aprile 2009 la nuova indagine sul delitto di Via Poma si conclude. A maggio il Pubblico ministero Ilaria Calò deposita gli atti di chiusura dell’indagine, chiedendo il rinvio a giudizio di Raniero Busco per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. L’udienza preliminare per decidere sul rinvio a giudizio di Raniero Busco si terrà il 24 settembre 2009, dinanzi al GUP Maddalena Cipriani. Il GUP decide di spostare l’udienza al 19 ottobre, per poter prima ascoltare i cinque consulenti che hanno eseguito la perizia sull’arcata dentaria di Busco e il confronto tra l’arcata dentaria dell’imputato e il morso al capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni. Sarà convocato anche il dottor Emilio Nuzzolese (dentista esperto in odontologia forense) consulente tecnico di Raniero Busco. Il GUP ascolta la relazione dei cinque consulenti (due medici legali, due odontoiatri, un capitano dei RIS: Ozrem Carella Prada, Stefano Moriani, Paolo Dionisi, Domenico Candida, Claudio Ciampini) del pubblico ministero Ilaria Calò. I periti espongono i risultati della loro analisi sull’arcata dentaria di Raniero Busco e dimostrano, anche attraverso prove fotografiche, la perfetta compatibilità tra i segni del morso sul capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni e i denti dell’imputato. Il GUP ascolta anche la relazione del consulente nominato dalla difesa di Busco, il dottor Emilio Nuzzolese (odontoiatra forense). Il perito Nuzzolese definisce la lesione sul capezzolo della vittima come suggestiva di un ‘morso parziale’ e più precisamente come il possibile risultato di segni lasciati da alcuni denti, compatibile solo con l’azione di un ‘morso laterale’ per il quale non è possibile giungere ad alcuna attribuzione. Peraltro evidenzia, dopo un’analisi odontologico-forense della dentatura di Raniero Busco, che le incisioni dentali di quest’ultimo, se di morso si tratta, sarebbero state completamente differenti, escludendo quindi che sia il Busco l’autore della lesione sul capezzolo.

L’udienza preliminare viene aggiornata al 9 novembre 2009: in quella data, il GUP accoglie la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal PM Ilaria Calò nei confronti di Raniero Busco. Busco deve quindi sostenere un processo per l’omicidio della sua ex fidanzata Simonetta Cesaroni. Viene stabilito che il dibattimento si aprirà il 3 febbraio 2010 nell’aula bunker del carcere di Rebibbia dinanzi alla terza sezione della corte d’assise del tribunale di Roma, presieduta dal giudice Evelina Canale, giudice a latere Paolo Colella, sei giudici popolari. L’accusa è di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà.

Su Raniero Busco emergono anche delle lacune sull’alibi per il primo pomeriggio del 7 agosto ’90: dell’alibi non c’è traccia scritta in nessun documento investigativo dell’agosto 1990; nel 2005 Busco ha dichiarato di aver trascorso le ore del delitto assieme a un suo amico, al quale stava riparando il motorino in una piccola officina sotto casa sua. Chiamato a dare la sua versione dei fatti, l’amico di Busco lo smentisce: il pomeriggio del 7 agosto 1990 non era nell’officina vicino a casa Busco per la riparazione del motorino (questo episodio era successo il pomeriggio prima, il 6). Si trovava in una casa di cura per anziani a Frosinone, perché era deceduta una sua zia. Il teste mostra anche il certificato di morte della zia che dimostra la verità del fatto. Quel giorno incontrò Busco fuori da un bar del quartiere Morena solo tra le 19:30 e le 19:45, al suo rientro a Roma da Frosinone.

Viene presa nuovamente in considerazione anche una testimonianza, già rilasciata negli anni Novanta da Giuseppa De Luca, la moglie del portiere Pietrino Vanacore. Giuseppa De Luca raccontò alla polizia di aver visto uscire dalla scala B di via Poma, la sera del 7 agosto 1990 alle ore 18, un giovane con un fagotto sul lato sinistro. Procedeva verso l’uscita del palazzo a testa bassa, era alto sul metro e 80 e indossava pantaloni grigio scuro, una camicia verde scuro e un cappello con la visiera. La De Luca disse che questa persona (da lei vista da 10 metri di distanza) le sembrò essere o il ragionier Fabio Forza, un inquilino del palazzo, o Salvatore Sibilia, all’epoca funzionario dell’A.I.A.G., che risultò essere all’ora dell’omicidio a casa con la moglie. Che si trattasse del ragionier Forza era invece impossibile: il 7 agosto 1990, Forza era in vacanza all’estero, per la precisione in Turchia. Anche se si trattò di uno sbaglio di persona, una sentenza giudiziaria ha stabilito che il racconto della portiera De Luca ha un suo fondo di verità e che i due coniugi Vanacore non avevano motivo di mentire per attuare eventuali depistaggi d’indagine.

Il 26 gennaio 2011, al termine del processo di primo grado, Raniero Busco viene riconosciuto colpevole dell’omicidio di Simonetta Cesaroni e condannato a 24 anni di reclusione.

Il 27 aprile 2012, al termine del processo di secondo grado, Busco viene assolto dall’accusa del delitto Cesaroni per non aver commesso il fatto; le tracce di DNA vengono ritenute circostanziali e compatibili con residui che avrebbero potuto resistere a un lavaggio blando della biancheria (la madre di Simonetta dichiarò di lavare soprattutto a mano con sapone da bucato), mentre il morso si rivela essere un livido di altro tipo. Viene inoltre confermato l’alibi di Busco, che si trovava al lavoro.

A seguito di ricorso in Cassazione della Procura, viene fissata la prima udienza del processo di legittimità il 26 febbraio 2014, data in cui le toghe del terzo grado di giudizio hanno definitivamente assolto Busco. «Sette anni della mia vita sono stati distrutti – ha detto l’uomo al termine della lettura della sentenza – Posso capire cosa prova la famiglia, che dopo 24 anni non c’è un colpevole. Ma tutti dovrebbero comprendere anche il mio dramma. Adesso voglio essere lasciato in pace». Il delitto, dunque, resta senza colpevoli.

 

 

 

Massimo Lugli e Antonio del Greco


Massimo Luglio si è occupato per «la Repubblica» di cronaca nera per quarant’anni. Ha scritto Roma Maledetta e per la Newton Compton La legge di Lupo solitario, L’Istinto del Lupo, finalista al Premio Strega, Il Carezzevole, L’adepto, Il guardiano, Gioco perverso, Ossessione proibita, La strada dei delitti, Nelmondodimezzo. Il romanzo di Mafia capitale, Stazione omicidi. Vittima numero 1, Vittima numero 2 e Vittima numero 3, Città a mano armata, Il criminale e nella collana LIVE La lama del rasoio. Suoi racconti sono contenuti nelle antologie Estate in giallo, Giallo Natale, Delitti di Ferragosto, Delitti di Capodanno e Delitti in vacanza. Ha firmato con Andrea Frediani Lo chiamavano Gladiatore. Insieme ad Antonio Del Greco ha scritto Città a mano armata, Il Canaro della Magliana, Quelli cattivi, NarcoRoma e Il giallo di via Poma. Cintura nera di karate e istruttore di tai ki kung, pratica fin da bambino le arti marziali di cui parla nei suoi romanzi.

Antonio del Greco è nato a Roma nel 1953 ed è entrato in Polizia nel 1978. Dopo i primi incarichi alla Questura di Milano, è stato dirigente della Omicidi. Sue le indagini su alcuni dei più grandi casi di cronaca nera degli ultimi anni, tra cui l’omicidio del “Canaro” alla Magliana, la cattura di Johnny lo Zingaro, il delitto di via Poma, la Banda della Magliana. Attualmente è direttore operativo della Italpol. Insieme a Massimo Lugli ha scritto Città a mano armata, Il Canaro della Magliana, Quelli cattivi, NarcoRoma e Il giallo di via Poma.

 

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