Il tunnel




Recensione di Ilaria Marcoccia


Autore: Abraham B. Yehoshua

Traduttore: Alessandra Shomroni

Editore: Einaudi, Supercoralli

Genere: Narrativa

Pagine: 344

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

 

 

 

Sinossi. Zvi Luria ha poco più di settant’anni quando un neurologo gli diagnostica un principio di demenza senile. All’inizio la malattia lo porterà soltanto a commettere piccole distrazioni, sbagliare un nome, confondere un altro bambino per suo nipote oppure visitare il letto di uno sconosciuto in ospedale convinto di essere al capezzale di un vecchio amico in coma. Poi però tutto diventerà più duro e passo dopo passo la sua lucidità finirà con l’essere completamente compromessa. Lui è sempre stato un uomo pragmatico e preciso, prima di andare in pensione aveva lavorato come capo ingegnere ai lavori pubblici, e non riesce ad accettare di essere destinato in breve tempo a fare una fine del genere. Sua moglie Dina, una pediatra di fama legata a lui da un amore ancora tenero, lo sa benissimo e lo convince ad aiutare Assael Maimoni, che ha preso il suo posto ai lavori pubblici. Maimoni sta però lavorando al progetto di un tunnel segreto che trascina Zvi nel cuore del conflitto israelo-palestinese. In mezzo a questo caos mentale e geopolitico Zvi a un certo punto rischia di perdere anche Dina, la sua unica ancora di salvezza… Come può un uomo che è sempre stato affidabile e solido, un punto di riferimento per famiglia e amici, un ingegnere, scendere a patti con il proprio inevitabile declino mentale? Come possono farlo moglie e figli? Come ci si comporta di fronte alla razionalità che lentamente svanisce? Yehosua costruisce intorno a queste domande una toccante meditazione sull’identità e sull’amore, sui gesti che è necessario compiere prima di congedarsi. Una vicenda intima e privata che si intreccia a doppio filo con quella collettiva e politica del popolo palestinese e di quello israeliano.

 

 

 

Recensione

Ci sono differenti versioni della tragedia umana” pensa Zvi Luria quando incontra un suo vecchio collega malato, padre di quel giovane che diventerà il suo capo; hanno lavorato insieme per anni, in quegli anni floridi dei progetti per Autostrade d’Israele, in cui Zvi Luria non perdeva un colpo.

Eppure, il suo compagno di lavoro, ormai piegato dalla malattia non rinuncia:

“I medici gli danno al massimo qualche mese di vita, e io solo poche settimane, e sarebbe meglio per lui. È ben deciso a dare filo da torcere alla morte ma è solo nei libri di filosofia o nei romanzi mediocri che la sofferenza eleva e purifica l’anima. Nella vita il dolore fisico è umiliante e superfluo”.

La storia di Zvi Luria è un’intima discesa nell’animo umano nel momento della sua decadenza: il protagonista si trova in balìa degli eventi che accadono non solo al di fuori ma anche dentro di lui, nel suo cervello precisamente, sin dal momento in cui un neurologo gli diagnostica un principio di demenza.

Il tarlo si instaura nella sua quotidianità e quelle che prima erano delle normali piccole dimenticanze dovute all’età, diventano continue elucubrazioni di un uomo ormai inoccupato sull’inevitabile fine della propria esistenza.

La mente dimentica pian piano le cose più banali, i numeri di telefono, i codici, ma soprattutto i nomi, quei nomi che per gli ebrei sono così importanti, significativi e identitari. Dimenticare i nomi degli altri deve essere come ritrovarsi in un attimo estranei, così vicini e allo stesso tempo molto distanti, irraggiungibili. Ecco, Yehoshua descrive esattamente questo: come le cose più banali siano anche le più significative per un uomo e come queste, una volta scomparse, sembrino lontane, remote, impalpabili.

Il suo piccolo quotidiano mondo decade, e insieme a lui le vicende di persone e paesi in conflitto: il lavoro di Luria era quello di costruire tunnel, di scavare nelle montagne e unire le persone, collegare ciò che prima sembrava essere distante, agevolare le persone all’incontro.

Ma la morte non è tutto, la morte per Luria non è la fine. Essa può giungere prima e in maniera inaspettata: la morte è piuttosto perdere tutto, lentamente, senza accorgersene e lasciarsi andare, perdendo il suo attributo più importante, l’umanità.

È un cervo vivo, enorme, e pare che tutta la luce del mondo si sia raccolta fra le sue corna. L’insegnante torna alle rovine, prende un vecchio fucile e lo punta contro l’animale che, meditabondo, sembra irradiare in silenzio il proprio splendore. Luria non fa in tempo a lanciare un grido che già l’uomo spara un’unica pallottola ma il cervo, pur colpito, rifiuta di rassegnarsi alla morte e cerca di fuggire. Però il proiettile, che gli si è conficcato nella testa, fra le corna, non gli dà scampo e l’animale, trascinandosi lentamente in una fenditura tra le rocce, scompare.”

 

A cura di Ilaria Marcoccia

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Abraham B. Yehoshua


Abraham B. Yehoshua è nato a Gerusalemme nel 1936. Ha pubblicato per Einaudi, tra gli altri, i romanzi L’amante, Cinque stagioni, il signor Mani, Un divorzio tardivo, Ritorno dall’India, Viaggio alla fine del millennio, La sposa liberata, Tre giorni e un bambino, Il responsabile delle risorse umane, Fuoco amico, La scena perduta e La comparsa.