Intervista a Luca Crovi




A tu per tu con l’autore

 

 

Il profumo di Cassoeula e torta Michelach ti sembra di sentirlo e ti entra dentro con la sua intensa semplicità è l’odore genuino di una Milano di altri tempi che rivive nel romanzo “L’ombra del campione “( Nero Rizzoli) di Luca Crovi.

Il giornalista ed esperto del genere giallo e noir, già autore di racconti e saggi conduttore di trasmissioni radiofoniche e festival letterari, racconta la città meneghina, i suoi ambienti e protagonisti alla fine degli anni Venti con un romanzo che conquista con gli odori che si mescolano al dialetto e alle emozioni dei personaggi, col crimine che rivela il suo lato più umano e più crudele, con la città che si cela e si rivela al ritmo alternato o cadenzato di un pallone contro a un muro o di una canzone popolare. Il commissario è uno di quelli che non si dimenticano e rimangono nel cuore come l’autore al quale Crovi con maestria e sensibilità si avvicina per omaggiato. Piccole e grandi indagini cavalcano le pagine inseguite da scene avventurose e ironiche da comparse di personaggi noti nell’ambiente letterario del poliziesco e Crovi si fa prima spettatore e poi narratore di episodi, aneddoti e storie di rara umanità “rubate” o salvate dall’usura del tempo.

 

 

 

Milano è stata ed è raccontata da molti giallisti ma la tua Milano è quella del 1928, del mercato del Verziere e di San Vittore. Perchè hai scelto proprio quel periodo?

E’ nato tutto per caso, Franco Forte di Mondadori ma chiesto un racconto per un’antologia da edicola intitolata “Giallo di rigore” e voleva assolutamente che scrivessi una storia in cui si mescolassero il gioco del calcio e la suspense. Oltre a questo mi ha anche imposto una squadra come l’Inter. Tieni presente che io nella mia vita sono stato un discreto pallavolista e un buon nuotatore ma non ho mai amato il calcio. Aggiungi che in casa mia sono sempre stati tutti di fede milanista e capirai qual è la situazione in cui mi sono trovato. Poi ho cominciato a pensare quale fosse l’unico calciatore amato da interisti e milanisti e subito mi è venuto in mente Giuseppe Meazza al quale è intitolato lo Stadio di San Siro. Poi ho scoperto tutte le leggende che riguardavano il giovane Balilla e il suo speciale rapporto con la città e poi quando mi sono chiesto quale investigatore potesse incontrarlo mi sono accorto che negli anni in cui Meazza debuttò nel calcio uno scrittore eccezionale come Augusto De Angelis aveva messo in gioco il suo commissario De Vincenzi, da li mi è venuta l’idea di farli incontrare in un racconto che si intitola “La lettera nerazzurra”. Forte ha insistito a lungo perché trasformassi la storia in un romanzo ma io in realtà l’ho lasciata a sedimentare fino a che ho scoperto per caso che il 1928 in cui avevo ambientato la mia storia aveva altri segreti importanti da raccontare: la nascita dei nuovi tram di legno che ancora oggi girano per la città, il primo concerto di Segovia a Milano, l’attentato alla Fiera di Milano durante la visita di Vittorio Emanuele. Quando mi sono imbattuto in tutte queste storie ho capito che c’era davvero abbastanza materiale per costruire un romanzo. E la cosa divertente è che man mano che l’ho scritto gli aneddoti su quel 1928 che andavo raccogliendo sono cresciuti. Credo che chi leggerà “L’ombra del campione” scoprirà una Milano davvero singolare.

 

 

 

Cibo e gialli rappresentano un binomio perfetto. Nel tuo romanzo tante pietanze della tradizione meneghina diventano quasi personaggi?

Nel romanzo ho inserito ricette povere della tradizione come la torta di michelach. La busecca (trippa), le polpette, la cassoela. Erano tutti piatti che cucinava la mia bisnonna e che facevano parte della quotidianità meneghina così come il dialetto che faccio spesso usare da molti dei personaggi del libro. Credo che avere inserito la lingua e certi piatti dia davvero il sapore di altri tempi.

 

 

 

Il romanzo è un omaggio a grandi maestri del giallo italiano a partire dal protagonista ma dentro ci sta anche tanta avventura?

La mia ricostruzione di De Vincenzi è un omaggio a uno dei più grandi personaggi mai creati dalla letteratura poliziesca italiana. Sono stato molto fedele allo spirito del personaggio ma ho anche giocato molto sulla sua casa reale (di cui De Angelis parla pochissimo nei romanzi) che credo i lettori andranno a cercare e fotografare in via Massena. Molti dei casi indagati nel libro sono veri, li ho presi dalle notizie di cronaca dell’epoca. Gli elementi più avventurosi sono legati sicuramente alla mia passione per Emilio Salgari, ma anche questi posso assicurartelo non li ho inventati, li ho solo adattati alla storia. Ti faccio un esempio la storia ambientata nel cimitero di Bellano è la trascrizione di un evento accaduto davvero al dottor Andrea Vitali. Io ho solo trasportato indietro nel tempo la storia. E tutta la parte dedicata all’emigrazione negli Stati Uniti è presa dai tragici ricordi di quello che successe laggiù al troncone lombardo della mia famiglia. Credo che avventura e giallo vadano benissimo a braccetto.

 

 

 

Finzione e realtà come le hai mescolate? Il romanzo è anche un racconto di ricordi e di storie “rubate” e tramandate, è un tuo omaggio anche alla tradizione orale di fatti e leggende?

La cosa divertente per me è proprio aver fatto in modo che i fatti reali e quelli immaginari fossero difficili da identificare. Ci sono molte storie che ho preso direttamente dalle pagine del “Corriere della sera” altre che ho rubato a mia nonna, altre alla mia bisnonna e ai miei cugini. Poi ci sono storie che appartengono ad autori come Vitali, Emilio De Marchi, Paolo Valera. Tutta la parte su Segovia è nata dal racconto di una signora la cui famiglia lo ospitò nella propria casa per alcune settimane. E ti aggiungo che è stato poi divertente andare a leggere le cronache dei Santi per scoprire chi fosse davvero San Vittore. Ovviamente ci sono molte leggende che io nel libro racconto come quella che Meazza si allenasse in mezzo alla nebbia tirando il pallone contro il muro di San Vittore e che i carcerati scommettessero su di lui e sulle sue vittorie. Posso solo dirvi che è sicuro che il suo allenatore Weisz lo convinse ad allenarsi facendo tiri di testa e di piede contro i muri per migliorare le sue traiettorie. Ed è vero che i pali di una delle sue prime squadre vennero rubati e che sulle sue prime scarpe che si possono vedere allo stadio di San Siro esistono altre curiose storie.

 

 

 

Il commissario e il calciatore sono due figure chiave della storia. Commissario e calciatore sono due professioni che si somigliano?

De Vincenzi e Meazza sono due personaggi perfetti per raccontare il 1928. Ed entrambi hanno una curiosità speciale per il mondo che li circonda. Entrambi sono carismatici per la propria squadra ed entrambi sono abituati ad affrontare in campo i misteri.

 

 

 

La nebbia” l’umore della città” protegge ma anche svela i lati oscuri di Milano?

La Scighera è sicuramente il terzo personaggio principale della storia. De Angelis più volte nei suoi romanzi ci ricorda che De Vincenzi per risolvere certi crimini cercava di assorbire l’ambiente. E la scighera ovviamente è l’ambiente di Milano. Il suo sapore, il suo pensiero, il suo umore. Nel romanzo mi sono divertito a far assorbire la scighera dal commissario mentre la vede dalla finestra del suo ufficio in piazza San Fedele mentre rilegge un frammento di poesia da “Milanon e Milanin” di Emilio De Marchi illuminante: “sta scighera, color ragnera, la ven su da la risera, la imbottiss Milan, la se cascia in di strad, in bocca, in di œucc, in del nas, in di saccocc, la scond i ciar, la smorza i ôr, la tacca el fèr, la smangia el sass, la ferma come on mur i carr, i bèsti, la gent e i lader so parent”.

 

 

I luoghi che racconti come li hai scelti e come li hai indagati?

I luoghi descritti nel romanzo sono posti speciali per la città che non hanno perso il loro fascino negli anni. Ed è curioso che molti siano stati recuperati nella loro visibilità grazie all’Expo. Se dovessi suggerire un itinerario speciale consiglierei di prendere un bel tram di legno 1928 e raggiungere questi posti, cambiando semplicemente un paio di linee: Piazza Duomo, Piazza San Fedele, Piazza Filangieri (dove c’è il carcere di san Vittore), Piazzale Giulio Cesare (dove avviene l’attentato che racconto nel libro), Villa Romeo Faccanoni (dove oggi c’è la Clinica Columbus), via Massena (dove vive il commissario stando a quello che racconta De Angelis), Corso Sempione, il Cimitero Maggiore. Sono tutti personaggi presenti nel libro che raccontano la storia della città e la sua umanità. L’unico posto che cito che non esiste più è il quartiere del Bottonuto, eliminato per motivi ufficialmente di pulizia civile ma in realtà per motivi di speculazione edilizia legata al piano regolatore che cambiò l’assetto di Milano negli anni Trenta.

 

 

 

La ligera  e i pula e i ghisa che rapporto c’era tra la criminalità e le forze dell’ordine?

Una delle cose più divertenti della mia storia è stato raccontare com’era il rapporto fra poliziotti e criminali prima della riforma della polizia fascista e prima che nascesse la polizia segreta (l’Ovra), era sicuramente un rapporto più umano, legato a codici di rispetto che raramente venivano infranti. Si usavano pochissimo le armi e tantissimo gli informatori. Le cronache dell’epoca raccontano una Milano dove c’erano davvero specialisti del crimine e della truffa. Così come c’erano segugi speciali che davano loro la caccia in Questura, senza usare le macchine ma muovendosi a piedi in bicicletta o in tram. Una Milano che andavano molto meno di fretta. E dove i crimini della ligera erano spesso rispettati in certi quartieri come l’Isola, il Ticinese e il Bottonuto. E’ curioso ricordare che piazza Duomo confinava con quello che era considerato il quartiere più a rischio della città. Un luogo frequentato da prostitute, scippatori, giocatori d’azzardo e da una varia umanità che mescolava la città ricca e quella povera.

 

 

 

Il romanzo avrà un seguito?

Durante l’estate mi hanno fatto scrivere già tre racconti per Il Giornale che sono tre indagini inedite di De Vincenzi e Rizzoli ha previsto una trilogia di romanzi ambientati a Milano con De Vincenzi. Ho già scritto i soggetti anche dei due romanzi sucessivi e devo dirti che mi sono divertito molto a indagare misteri che hanno cambiato la città fra la fine degli Anni Venti e la fine degli Anni Trenta.

 

 

 

Anche la musica fa parte delle tue passioni se dovessi scegliere una canzone da abbinare a questa storia quale sceglieresti?

Beh, questo romanzo parte con le note di una canzone che venne scritta da Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi e che recita:

“Se sa che a parlà de Milan se fa minga fadiga/ con tanti argoment per i mann el discors el scarliga/
ciappem per esempi i semafor, che gran maraviglia/ te par de vedé tanta gent a ballà la quadriglia”.

E’ un brano perfetto per raccontare il mondo che ho descritto. E devo confessarvi che io l’ho imparato andando a vedere da bambino mio fratello Alessio che la cantava come corista dei Piccoli Cantori di Ninì Comolli. Le canzoni a Milano hanno sempre avuto un ruolo speciale e credo che mi divertirò ad usare parecchie durante le occasioni in cui presenterò il mio libro, chiedendo ad alcuni miei amici musicisti doc di rieseguire dal vivo alcuni brani che hanno scandito la vita della mia città.

Luca Crovi

 

A cura di Cristina Marra