Intervista a Marina Di Guardo




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Marina, dedichi il tuo ultimo libro, La memoria dei corpi, al compianto e indimenticato Sergio Altieri, che aveva anche curato una tua pubblicazione precedente di successo, Bambole gemelle (Feltrinelli, Zoom Filtri, 2015). Quanto e cosa ha rappresentato Altieri nel tuo essere Scrittrice e quanto ha influenzato la tua scelta,  ad oggi molto ben definita, di esprimerti nel genere thriller psicologico, a cui non neghi sottese venature horror?

 

Ho voluto dedicare il mio nuovo romanzo a Sergio, grande scrittore, sceneggiatore e traduttore, ma soprattutto carissimo amico, principalmente per due motivi. Il primo: la grande riconoscenza e gratitudine che nutro nei suoi confronti. Sergio mi ha sempre incoraggiato, riconoscendo in me un talento a cui io, da insicura cronica, non credevo fino in fondo. Mi ha insegnato tanto, più di mille scuole di scrittura. Mi è stato sempre accanto, dispensandomi consigli e preziose osservazioni. Era un uomo di enorme talento, di grande cultura e strabordante umanità. Il secondo motivo: mi manca moltissimo, quando ho finito di scrivere La memoria dei corpi avrei voluto conoscere il suo irrinunciabile parere, sentire la sua calda approvazione. Dedicargli il mio romanzo è stato come provare la sensazione di averlo ancora al mio fianco.

 
 

 
 

La memoria dei corpi è un romanzo di grande fascino e pathos. Un romanzo dove i personaggi  primari sono in maggioranza femminili. Perché hai scelto di raccontare questa storia scegliendo come voce narrante il protagonista maschile, l’Avvocato Giorgio Saveri?

 

È vero, ne La memoria dei corpi ci sono molti personaggi femminili, ma il vero protagonista è Giorgio Saveri, un uomo talmente deluso dagli affetti, così tanto segnato dagli accadimenti della vita da decidere di ritirarsi, a soli quarantadue anni, nella villa di famiglia, immersa in luogo isolato delle colline piacentine. Mi affascinava raccontare di un uomo rassegnato a un’esistenza solitaria, ma che sembra ritrovare fiducia dopo l’incontro con Giulia, la sfuggente protagonista femminile. Entrambi sono esseri umani danneggiati, si guardano per un secondo negli occhi e si riconoscono. Le persone segnate dalla sofferenza, dalla disillusione si individuano subito.

 
 
 
 

Anche in questo tuo ultimo romanzo, come nei precedenti, accanto ad una trama thriller sinuosamente tesa e convincente, troviamo una cura ed un interesse profondo nella psicologia dei personaggi, nello scavo di io problematici e/o messi a dura prova da  esperienze di vita traumatiche. Da cosa scaturisce questo tuo interesse per l’altro e quanta ricerca e studi  sociologici ci sono alla base delle tue storie?

 

Non potrei mai concepire un thriller senza affrontare in maniera approfondita lo scavo psicologico dei personaggi. Credo che una storia acquisti molto più spessore, i personaggi appaiano più veri, tratteggiati nei loro inevitabili chiaro scuri. Io stessa sono stata in analisi per diversi anni. Un’esperienza dura, dolorosa che mi ha dato la possibilità di osservare e comprendere le molteplici dinamiche dell’esistere. Al contrario di Giorgio, il nichilista protagonista del mio romanzo (ma anche lui crederà, anche se per poco, di cambiare vita) io penso che analizzare e capire il nostro passato e il dolore che ci ha arrecato, sia il viatico per un’esistenza più consapevole e meno amara.

 
 
 
 

Senza rivelare alcunché del sorprendente finale de La memoria dei corpi, a tuo parere quale di queste due affermazioni è più calzante: nessuno si salva da solo  o nessuno si salva?

 

Credo che nessuno si salvi da solo ma soprattutto ritengo che il fattore che potrebbe farci più male, quello da cui da cui bisogna salvarsi scappando a gambe levate è la falsa, distorta percezione di noi stessi.

 
 
 
 

Ad oggi, ogni tuo libro è autoconclusivo. Forse sei maggiormente stimolata ad affrontare storie differenti che a seguire lo sviluppo di un unico personaggio attraverso più storie? Oppure hai pensato o stai pensando ad un progetto seriale?

 

Non amo le storie seriali. Le trovo noiose, deludenti, ripetitive. Mi piace l’idea di raccogliere la sfida ogni volta e cimentarmi con trame, personaggi, tematiche nuove. Diversi lettori affezionati ai personaggi dei miei romanzi mi hanno chiesto se avessi pensato a un sequel, per il momento ho sempre risposto negativamente. Ma chissà, mai dire mai.

 
 
 
 

Marina cosa prediligi nelle tue letture? Nella tua libreria trova spazio il thriller nordico?

 

Amo leggere di tutto, non solo thriller. Credo che conoscere altri autori sia importante per arricchire ed espandere la propria scrittura. Gli esponenti del thriller nordico che mi intrigano di più: l’onnipresente Camilla Läckberg, Stieg Larsson, Jo Nesbø e Anne Holt.

 

Ringrazio Marina Di Guardo per la squisita disponibilità e per la passione che trasmette e infonde alle sue pagine.
Sabrina De Bastiani

 

Grazie a voi di Thrillernord per le ottime interviste e recensioni che ci regalate e grazie ai vostri lettori che leggeranno quest’intervista e, spero, anche il mio romanzo.
Marina Di Guardo
 

 

A cura di Sabrina De Bastiani


 
 

Marina Di Guardo (Scheda Autore)


Marina Di Guardo Di origini siciliane, ma cremonese di adozione ha lavorato molti anni nella moda prima di dedicarsi alla scrittura. Tra i suoi libri: L’inganno della seduzione (Nulla Die 2012), Non mi spezzi le ali (Nulla Die 2014), Bambole gemelle (Feltrinelli), Com’è giusto che sia (Mondadori  2017) e La memoria dei corpi (Mondadori  2019).