Intervista a Patrick Fogli




 

 

Il tema dell’identità è il motivo portante de “Il signore delle maschere”. Come è cambiato il concetto di identità nel mondo digitale?

Non so quanto sia cambiato davvero. Di sicuro ha accentuato molti meccanismi che sono, credo, parte della natura umana. In fondo ognuno di noi indossa almeno una maschera. Le convenzioni sociali, la partecipazione alla vita di una comunità, l’esistenza in una società, ti obbligano a un certo comportamento che non sempre è naturale. Le convenzioni a cui sentiamo di aderire sono maschere. Il web ha aggiunto due gradi di libertà in più, l’anonimato e la distanza. Il futuro dovrebbe smantellare la parte dell’anonimato, ci sono mille ragioni di sicurezza e altrettanti sviluppi tecnologici che lo fanno pensare. La distanza, però, resta. E senza la verifica de visu, con voce, postura, accento, corpo, atteggiamento, la maschera può tranquillamente sostituire l’essere umano.

 


Chi è davvero Caronte e cosa rappresenta?

Lui ti direbbe che è un terrorista etico, un ossimoro quasi perfetto. Eppure ha davvero un’etica del terrore, vista dal suo punto di vista. La convinzione che per fare il bene degli ultimi bisogna spazzare via i primi. Alla lettera, in senso fisico. Una versione molto estrema di ascensore sociale, che si preoccupa di distruggere senza costruire nulla. Dal punto di vista umano è una persona che ha subito un danno e che si è portato dietro le conseguenze di quel danno per tutta la sua vita. Anzi, la sua stessa vita è la conseguenza del danno che ha subito. Narrativamente trovavo molto interessante e divertente un personaggio che non ha un’identità, che è così slegato da se stesso da indossarne sempre di nuove e da confondere l’uomo e l’interpretazione.

 

 

Laura e la scrittura hanno un rapporto particolare, le sue storie sono frammenti di passate e future esistenze. Di fondo non è quello che da sempre fanno gli scrittori?

Non si inventa nulla, sono sempre più convinto. Si rielabora, si costruisce, si fondono pezzi di suggestioni, di vite ascoltate o spiate, di esperienze personali, di desideri, paure. I personaggi sono questo e così le storie. E sì, Laura è una scrittrice, anche se all’inizio del romanzo non lo sa. Per certi versi è più di una scrittrice. Chi di noi non ha desiderato almeno una volta di trasporre nella realtà un’invenzione che ha creato? Le sue storie creano vite vere, molto più di un romanzo.

 

 

Come si sposano elettronica e passione letteraria?

Con la stessa miscela con cui un manager d’azienda gioca a calcetto con gli amici o con cui un alpinista si occupa di modelli finanziari. Con la molteplicità degli aspetti delle persone. Sono un uomo tendenzialmente razionale, lo sono nella vita e anche nell’approccio alla scrittura. Le storie che scrivo, però, non lo sono. Forse la ragione serve a governare mondi e la fantasia a crearli. E io, che non sono come Laura, provo a rimanere a galla nel mezzo.

Cinema e letteratura, un binomio che ha una lunga storia… lei come lo vede?

 

 

Da appassionato di entrambi i media. Appassionato un po’ deluso, forse, perché in entrambi i casi e per ragioni molto diverse fatico da un po’ di tempo a entusiasmarmi.
Il cinema ha fatto spesso un grande favore alla letteratura, rendendo note storie e scrittori che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. A rovescio, però, le trasposizioni cinematografiche di un romanzo finiscono per forza di cose per deludere. MI piacerebbe, prima o poi, scoprire cosa accade a uno dei miei. Ci sono andato abbastanza vicino due o tre volte. Chissà che non accada.

 

 

Qual è il suo autore preferito?

DeLillo. Uno che, ogni volta che lo leggo, mi fa chiedere per quale motivo uno come me continua a scrivere.

Patrick Fogli 

 

A cura di Cristina Bruno 

 

 

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