Oltre ogni ragionevole dubbio




Recensione di Cristina Bruno


Autore: Francesco Caringella

Editore: Mondadori

Genere: giallo

Pagine: 240

Anno di pubblicazione: 2019

Sinossi. È una fredda mattina di gennaio quando Michele De Benedictis scompare nel nulla. Non ci sarebbero gli estremi per un’indagine di omicidio, ma sui suoi conti correnti il pubblico ministero vede movimenti strani, ancor più sospetti perché tutti con lo stesso beneficiario: la giovane moglie Antonella. Le intercettazioni portano alla luce trame e segreti e una liaison con Giulio, un musicista spiantato. I due amanti prima si accusano l’un l’altro, poi a vicenda si scagionano, continuando a mescolare le carte anche quando il caso approda in tribunale, e il processo diventa mediatico. Antonella e Giulio sono innamorati innocenti o una coppia di spietati assassini? A deciderlo sono chiamate otto persone – la Corte d’Assise – diverse per età, cultura, vita. A soffrire della solitudine del giudice – una battaglia muta, una ricerca infinita – è però soprattutto il presidente, Virginia della Valle, che alla Legge ha sacrificato tanto, forse troppo, e che nel caso di Antonella e Giulio vede levarsi i fantasmi di una sentenza sbagliata che non è mai riuscita a perdonarsi.

Recensione

Sei giurati popolari e due magistrati devono decidere, oltre ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza o dell’innocenza di due imputati. Si tratta di un atipico processo per omicidio, infatti la vittima, l’imprenditore Michele di Benedectis, scompare misteriosamente ai primi di gennaio e l’unica beneficiaria delle sostanze dell’uomo è la giovane seconda moglie Antonella che ha intrecciato una relazione con Giulio, altrettanto giovane e privo di un’occupazione fissa.

Dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni dei due amanti emerge un quadro confuso: entrambi si accusano dell’omicidio dell’imprenditore, cambiando però più volte modalità nell’esecuzione e nel concorso. Il processo passa presto dall’aula ai media, grazie anche al giornalista Ferdinando Coppolecchia, anchorman di una TV locale, specializzato in trasmissioni dove la giustizia diviene spettacolo. La giuria si trova davanti un compito non facile: condannare entrambi, sulla base di indizi frammentari e poco decisivi oppure assolverli entrambi per l’impossibilità di stabilire chi materialmente ha eseguito l’omicidio. Il rovello dei giurati, e in particolare del presidente Virginia della Valle, è quello di stabilire la verità e di inseguire un miraggio di giustizia.

Il libro, fin dalla citazione iniziale, è un omaggio al film di Lumet del ’57 “La parola ai giurati” con un indimenticabile Henry Fonda. Film che, tra parentesi, ha visto un remake da parte di Friedkin nel ‘97 con un altrettanto formidabile Jack Lemmon.

Virginia ha il ruolo morale del protagonista del film, incarna il dubbio, la lotta al pregiudizio, il bisogno di giustizia e verità. Anche nella giuria del libro troviamo gli incerti, quelli che hanno quasi paura a esprimere la loro opinione e quelli invece oltremodo sicuri e con il verdetto già in tasca. Il compito del presidente è quello di incanalare tutte le osservazioni e i pareri verso un’unica corrente di pensiero che rappresenti nel modo più fedele possibile l’accaduto e che cerchi di trovare la risposta più plausibile.

L’obiettivo è arrivare a un verdetto che tenga conto di tutte le possibilità e che non corra il rischio di condannare un innocente, ma neppure di lasciare libero un assassino. È una sfida sulla lama di un rasoio, che ha quasi dell’impossibile e che mette in luce la sofferenza quotidiana di chi, per lavoro e per vocazione, deve decidere della colpevolezza o dell’innocenza di un imputato.

La narrazione è fluida e coinvolgente e descrive in modo efficace i tormenti di Virginia e i cambiamenti che intercorrono via via nei giurati.

Sullo sfondo il potere dei media e l’arena non troppo virtuale del grande pubblico, perennemente assetato di storie morbose e di processi mediatici in cui schierarsi per l’una o l’altra fazione in grandi dibattiti dove i protagonisti spesso recitano a soggetto e dove ciò che conta davvero è solo lo spettacolo.

A cura di Cristina Bruno

fabulaeintreccio.blogspot.com

Francesco Caringella


Francesco Caringella: già commissario di polizia e magistrato penale a Milano durante «Mani pulite», è presidente di Sezione del Consiglio di Stato. Inoltre, è presidente della Commissione di garanzia presso l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e giudice del Collegio di garanzia dello sport presso il Coni. Autore di molte opere giuridiche e da decenni impegnato nella formazione di futuri magistrati e avvocati, ha pubblicato tre libri di narrativa: Il colore del vetro (2012), Non sono un assassino (2014; Premio Roma per la narrativa), Dieci minuti per uccidere (2015) e Dieci lezioni sulla giustizia (2017).

 

Acquista su Amazon.it: