Intervista a Maria Masella




A tu per tu con l’autore


Mi ripeto, sono felicissima di avere l’opportunità di dialogare con te e soprattutto, sono rimasta incantata dal tuo personaggio e dal mantello “nero” da cui è consapevolmente avvolto.

Nell’antologia “Odio e amore in noir” (Frilli – 2021), tu hai avuto l’opportunità di scriverne la prefazione, e alcune tue parole mi hanno colpita allora e mi sono ritornate oggi, mentre ripensavo alla nostra breve conversione in chat dell’altro giorno: “Uno scrittore è addestrato a scavare dentro di sé per trovare materiale utile, ma mostra sentimenti e manifesta opinioni indossando i panni dei propri personaggi, in un ambiguo Carnevale.”. Cosa rappresenta e cosa significa per te la scrittura e, cosa le dai di te fra le tue pagine? Quando, Maria Masella, è diventata ufficialmente una scrittrice?

É una domanda multipla, sfaccettata e proverò ad affrontarla a blocchi. Sì, ho avuto l’onore e l’onere della prefazione e la frase che ho scritto corrisponde a quello che penso nei confronti della scrittura, a quello che provo quando scrivo. Il rapporto fra lo scrittore e quello che scrive è un dare-avere continuo. Se mi è permesso un esempio fisico, assomiglia ai vasi comunicanti. Alcuni amici dicono di ritrovare molto di me nelle mie storie, di imbattersi in considerazioni che avevo fatto chiacchierando davanti a un caffè o con un bicchiere di vino in mano. O nuotando. Dicono che mi somiglino nella costruzione delle frasi e nella scelta delle parole. D’altra parte, l’esercizio abituale della scrittura mi costringe a scavare e ricordare: sono una specie di cava da cui ricavo blocchi di materiale. Quando sono diventata ufficialmente una scrittrice? Dipende molto da cosa si intende per “ufficialmente scrittrice”. Andiamo per tentativi perché non esiste il “patentino” scrittore, non c’è un corso di laurea che ti proclami tale. Prima proposta: scrittore è chi si guadagna da vivere vendendo le sue opere. Guadagno, ma non abbastanza. Se per ufficialmente scrittore si intendeva questo, allora non lo sono. Altra proposta: pubblicare e venire retribuita. Qui, va già meglio: il primo racconto che ho avuto il coraggio di inviare (1986) è stato pubblicato su Segretissimo Mondadori. Ma scrivevo da prima… Ho sempre desiderato farlo. Un’amica, che mi legge, ha ricordato che in prima media quando avevano chiesto cosa volevamo fare da grandi avevo risposto “lo scrittore”. Ma la mia opinione, vera, è che lo scrittore sia tale soltanto quando scrive. NB: scrivere non soltanto come atto fisico davanti al foglio o alla tastiera (per inciso, uso un PC, ma note cartacee), ma anche quando elabora storie.

Partiamo dal tuo personaggio, il commissario Mariani, che io ho avuto l’opportunità di conoscere solo ora, quindi decisamente in ritardo e “in là” nella sua esistenza. Nonostante il mio ritardo, però, da subito ne ho percepito la complessità, la profondità e il volume e da, praticamente immediatamente, ne ho avvertito il richiamo. Il “nero” di cui lui avverte quasi una sorta di appello è un qualcosa di importante, di palpabile. Per chi come me, ancora non avesse tanta familiarità con Mariani, potresti raccontarci quando hai deciso di raccontare di lui e come è avvenuto il vostro incontro? C’è anche un po’ di Maria in lui?

Nel 1995 avevo già scritto racconti per Segretissimo e un romanzo giallo, Per sapere la verità, e due raccolte di racconti di vario genere. Mi è arrivato l’idea per una storia poliziesca. Un assassino uccide persone sempre più vicine a un commissario e vuole essere trovato, ma troppo tardi, a vendetta conclusa. Sarebbe stato Morte a domicilio, il numero 6 della collana noir della Fratelli Frilli Editori, appena nata. Prima era stato rifiutato da un altro editore “perché Genova non attira” e non avevo voluto cambiare ambientazione. Mariani è nato per quella storia. In realtà mi interessava più l’assassino… Ma pagina dopo pagina lui ha preso corpo. Onestamente, poco corpo. Nei primi romanzi ero più concentrata sull’intreccio giallo. Ormai penso di dominarlo abbastanza bene da permettermi altro. In Antonio c’è molto di me. Non fisicamente: sono donna, tappetta, attempata. Ma come lui sogno un mondo diverso, credo nell’uguaglianza e non nella violenza come soluzione. Credo soprattutto che le nostre vite siano intrecciate. Mi è capitato di dare consigli, perché richiesti, a scrittori alle prime armi. Come rendere vivo un personaggio? I particolari fisici servono poco, servono le sue idee sulla vita. Qualche vizio (fumo) non guasta. 

Nel tuo romanzo, “Mariani e il secondo colpo”, ciò che colpisce, anche più dell’indagine sui delitti in sé che come molto spesso accade ha origine dai classici motivi per cui di solito si arriva all’omicidio, è l’assenza di emozioni che ruoterà attorno ai vivi. Un gelo palpabile, che finirà quasi per ustionare anche lo stesso Mariani, poiché dipendente dal bisogno di capire i perché di ogni cosa, fino a rischiare di logorarsi lui stesso. Se riuscita a creare un’atmosfera incredibile e il freddo traspare, esce, si avverte. Come mai una scelta di questo tipo?

Il nucleo degli ultimi Mariani è l’avidità, in Mariani e il secondo colpo è l’avidità nella sua forma peggiore, l’avidità di potere. Niente è più raggelante, niente è più estraneo ad Antonio. Dove ho ambientato la storia? Nell’immediato Ponente di Genova, dove speculazione edilizia e scelte politiche hanno distrutto. A Cornigliano i grandi parchi delle ville patrizie. A Sampierdarena le colline sbancate. E il ponte costruito sopra i palazzi. E, dall’altra parte della città, una bellezza e una qualità della vita ancora preservate. La coerenza fra ambientazione e tema della vicenda è quello che la rende compatta. Spesso Antonio commenta vento e piovaschi, la compattezza della storia fa sì che quel vento e quella pioggia diventino una costante. E il freddo caratterizza alcune scene fondamentali: una in via Muratori (molti anni prima), l’altra alla fine della Camionale. La terza? La cella refrigerante.

Proprio in riferimento al più grande “difetto” di Mariani, ad un certo punto lui si fermerà a riflettere su un punto focale della sua vita: “Devo smettere di pensare alle persone e alle loro vite e concentrarmi sui fatti come un vero commissario: è questo il mio lavoro.”. Secondo te, può realmente essere raggiungibile un distacco come quello che il commissario si prefigge costantemente, ma che poi in realtà non riesce mai a mantenere?

No, il distacco non è raggiungibile E Antonio ne è consapevole. Inoltre, sa che senza coinvolgimento emotivo non amerebbe il suo lavoro. Penso che sia questa duplicità a rendere umano il personaggio. Anch’io vorrei essere distaccata quando scrivo… Perché scrivo? Perché mi piace raccontare vite e farlo è, troppo spesso, doloroso. Mi è più semplice il distacco emotivo quando lavoro altro.

Ad un certo punto, la moglie del commissario, una figura che ho trovato decisamente positiva e affine a lui, gli dice: “Di te stesso sei sempre stato giudice severo, uno che non si fa sconti.”  Anche Maria Masella è così nei confronti di sé stessa?

Finalmente una risposta breve! Sì.

Il tuo personaggio, ad un certo punto, si rende conto che la sua vita non è stata forse proprio come l’avrebbe voluta, almeno non in tutto, ma nonostante le variazioni si rende conto di stare bene, di essere felice. Anche Maria, riguardando indietro, e osservando avanti, è contenta del suo percorso?

Ho effettuato scelte e, con il senno di poi, non sempre azzeccate. Il problema è che, potendo scegliere di nuovo, le rifarei. Contenta del mio percorso? Io sono come sono, perché ho seguito questo percorso. Ricordo di aver letto che ogni madre, prima della nascita, pensa al nascituro in un certo modo, gli dà alcuni lineamenti. Quando ha il neonato fra le braccia, perde all’istante quello che aveva immaginato. Così siamo noi, ogni scelta ci cambia, è insensato chiedersi come sarebbe se… Eppure, è umano porsi la domanda. Abbiamo una vita soltanto che costruiamo giorno per giorno. Ma gli scrittori possono inventarne altre.

Senza sale le pietanze sono sciape, senza sogni che senso ha la vita?”. Sei d’accordo con la mamma del commissario, o tendi ad avere i piedi un po’ più piantati a terra?

Emma c’est moi!

Nella memoria del computer, ci sono già nuovi lavori che aspettano di essere stampati su pagina, o fra una scrittura e l’altra ti dedichi del tempo per goderti ciò che hai già realizzato?

Pause? Cosa sono? Scrivere mi piace. Perché dovrei fare pause? Il cartello “lavori in corso” è perenne. 

Domanda di rito per gli autori Frilli. Ad un certo punto Mariani pensa: “Genova è femmina, non femmina bella soltanto quando è ben vestita, truccata con perizia e con le luci giuste, ma donna affascinate anche con viso e corpo che non nascondono i propri anni…”. Anche per te questa è Genova?

Senza dubbio. Contrariamente ad altri lascio spazio anche alle delegazioni, Genova non è soltanto il Centro Storico.

Quando non scrive, cosa legge Maria Masella? Poiché siamo su Thrillernord, hai anche qualche autore nordico fra i tuoi preferiti?

MM: domanda difficile. Se un romanzo mi piace, lo leggo e lo rileggo, anche molte volte. Difficoltà di staccarsi da un mondo entusiasmante? Sì. Scuola di scrittura a basso costo per rubare segreti? Anche. 

Effetti collaterali: Leggo pochi romanzi nuovi all’anno, perché “perdo tempo” in riletture. Ma il problema più grave è che leggendo così, a immersione, temo sempre che qualcosa dell’altro autore mi resti incollato addosso e filtri in quello che sto lavorando. Voglio conservare la “mia voce”.

Inoltre, leggo e soprattutto rileggo alcuni classici. Vado a periodi: ora mi sto rileggendo Assalonne, Assalonne! di Faulkner e Foto di gruppo con signora di Böll. Ed è perenne Una missione privata di Fenoglio. Ma come, niente gialli? Sì, li leggo e cerco di non rileggerli. Per lui, per Simenon, non riesco a evitarlo. Non ho mai letto un nordico: soffro il freddo!

Grazie per la tua grande disponibilità a nome mio e di tutta la redazione di Thrillernord.

Grazie per l’ospitalità!

Loredana Cescutti

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